Leone Alato. Credits: Il Messaggero

Terminiamo in Italia la nostra rassegna sui finalisti del premio della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico (BMTA), l’International Archaeological Discovery Award in onore all’archeologo Khaled al-Asaad.

Oggi ci spostiamo nell’antica città etrusca di Vulci per la scoperta, avvenuta nel 2019, della statua di un leone alato risalente al VI secolo a.C. Il leone è in nenfro (un tipo di tufo locale di colore grigio) ed è venuto alla luce durante i lavori di scavo della necropoli dell’Osteria, grazie alle tecniche di evidenziazione di stratigrafia orizzontale del terreno. Si trovava vicino a una tomba molto famosa, quella delle “mani d’argento” (trovata nel 2013), a poca distanza da quella della Sfinge (rinvenuta, invece, nel 2011).

Il progetto è stato diretto da Simona Carosi della Soprintendenza, Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Roma, in collaborazione con il comune di Montalto di Castro. Per gli etruschi il leone era simbolo di forza e fierezza. Inoltre questa statua ha un altro significato particolare, apotropaico, cioè si riteneva che potesse proteggere le tombe dalle profanazioni e dal fato avverso. A questo proposito il direttore scientifico di Fondazione Vulci, Carlo Casi, ha spiegato: “Si tratta di un leone alato ruggente, in atteggiamento aggressivo, che veniva deposto nel VI secolo a.C. a guardia e a protezione dell’importante tomba che doveva in qualche modo custodire e proteggere”.

In effetti nel mondo antico animali come i leoni e, in genere, i grandi felini, rappresentavano il coraggio, la possanza, la determinazione interiore, il potere, la maestosità, ma anche la capacità di curare e custodire. Figure al confine tra il nostro mondo e l’aldilà. La scultura è un elegante esempio della tradizione artistica di Vulci, come ha sottolineato Carlo Casi: “Il leone alato è una raffinata testimonianza di quella che fu una tradizione propria della produzione della artistica vulcente del VI secolo a.C. In questo periodo botteghe vulcenti scolpirono sfingi, leoni, pantere, arieti centauri e mostri marini, vigili guardiani della quiete eterna dei morti”.

Purtroppo questa produzione si esaurì nel 520 a.C. circa. Il direttore scientifico Casi ha affermato: “…la produzione di queste statue venne a cessare, forse nel tentativo di porre un limite alle ostentazioni di lusso ormai ritenute inopportune”. Il leone alato è una ulteriore dimostrazione della creatività e della raffinatezza del popolo etrusco, sul quale negli ultimi anni si è concentrato un rinnovato interesse. Tutte le scoperte di cui abbiamo parlato in questo breve viaggio nell’archeologia meriterebbero di vincere. Si tratta di testimonianze del nostro passato, della nostra Storia, che non possiamo e non dobbiamo dimenticare.

Chi è venuto prima di noi ha spianato la strada al mondo moderno, alle conquiste del nostro tempo, pur nelle numerose contraddizioni in cui viviamo (tutte le epoche, comunque, sono segnate dalle contraddizioni). Tutti i ritrovamenti in lizza per il premio BMTA, dai rilievi assiri al leone alato di Vulci, dalla città di Mahendraparvata alla Sala della Sfinge della Domus Aurea fino alla metropoli neolitica di Motza ci raccontano da dove veniamo.

Di ogni opera, di ogni monumento, che sia un affresco, una statua, o un tempio, dobbiamo avere cura. Siamo noi i custodi di ciò che i nostri predecessori ci hanno lasciato del passato, un po’ come il leone alato di Vulci. Abbiamo il privilegio, ma anche il dovere di preservare questa eredità per chi verrà dopo di noi, in modo che gli antichi insegnamenti non vadano perduti.

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Credits: Il Messaggero
Credits: Tusciaweb.eu

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