Howard Carter era giunto alla fine del corridoio che scendeva nel cuore della Valle dei Re. Aveva scavato pervaso da mille emozioni contrastanti ed ora si trovava di fronte ad una seconda parete che ostruiva il passaggio, un muro che, senza saperlo, lo stava dividendo ancora per pochi attimi dalla celebrità. Infatti, da quel momento il suo nome si sarebbe legato indissolubilmente a quello di un faraone poco conosciuto ma che ben presto sarebbe diventato uno dei personaggi più famosi al mondo: Tutankhamon. (leggi qui per un racconto dettagliato della scoperta della KV62 e dell’anticamera)

Le mani tremavano per l’emozione quando praticò il piccolo foro alla parete a cui avvicinò una candela con l’intento di guardarci attraverso. Dietro di lui c’erano Lord Carnarvon, Lady Evelyn e Callender che immagino quasi respirassero al collo dell’egittologo inglese spinti dall’ansia della curiosità e dal desiderio di vedere anche loro cosa celasse quel muro. L’aria calda proveniente dalla stanza faceva tremare la fiammella della candela così che Carter non riusciva a vedere nulla. Dovette attendere che i suoi occhi si abituassero al buio prima di riuscire a penetrare quell’oscurità profonda e millenaria e poter pian piano identificare le prime forme, elaborare le prime immagini. Dalle ombre emersero strani animali, statue e oro, ovunque posasse lo sguardo vedeva lo sfavillio dell’oro. Era senza fiato e muto dallo stupore quando Lord Carnarvon sempre più impaziente chiese a Carter cosa stesse vedendo… lì prese vita il colloquio più breve e celebre nel mondo dell’archeologia: “Vedi qualcosa?” “Si, cose meravigliose!”. Carter aveva appena gettato lo sguardo sul corredo funerario ancora intatto del giovane Tutankhamon.

Alla luce di una torcia elettrica Carter (affiancato da Lord Carnarvon) riprese a scrutare incredulo l’ambiente passando la luce da una parte all’altra nel tentativo di individuare gli innumerevoli oggetti letteralmente accatastati davanti ai suoi occhi. Guardava senza riuscire a notare nulla in particolare da tanto era preso dal “tutto” su cui nulla primeggiava. Quando si riebbe dallo stupore iniziò a vedere gli oggetti di dimensioni maggiori. Distinse immediatamente i letti funerari dorati le cui teste animali erano di un realismo incredibile e luccicavano nell’oscurità alla luce della torcia, mentre le loro ombre grottesche prendevano forme davvero terrificanti. Poi l’attenzione cadde sulle due statue di ebano di aspetto regale e a misura d’uomo, disposte una di fronte all’altra, come due guardiani, armati di mazza e lancia, con sandali e gonnellino in oro che dominavano la scena.

La tazza in alabastro traslucido immortalata in tutto il suo splendore all’anteprima stampa della mostra parigina Toutankhamon. Le trèsor du pharaon (ph. Tiziana Giuliani)

Ma proprio sotto di loro, sulla soglia, un oggetto particolarmente sensibile alla luce attirò la sua attenzione: Carter posò lo sguardo su una splendida tazza lotiforme in alabastro traslucido che come fu avvolta dalla luce della torcia si rischiarò e prese vita rilasciando i suoi caldi riflessi. Quella magnifica coppa si era come risvegliata dal suo lungo sonno! Era lo stesso bellissimo manufatto che, per poter poi accedere a quella che successivamente fu definita anticamera, dovettero scavalcare per poter percorre il piccolo corridoio centrale formato dai due cumuli di oggetti accatastati ad altezza uomo. Di certo la coppa non si trovava nella posizione in cui gli uomini di Tutankhamon l’avevano delicatamente riposta, ma nel luogo dove era stata abbandonata dai profanatori della tomba, scampata da un sicuro oblio che le avrebbe impedito ora di mostrarsi in tutto il suo splendore agli occhi di Carter e Lord Carnarvon.

La tazza in alabastro di Tut, dall’anteprima stampa della mostra parigina Toutankhamon. Le trèsor du pharaon (ph. Tiziana Giuliani)

Potrà sembrarvi strano, ma, nonostante i 5.398 splendidi reperti che restituirà la tomba, Carter restò profondamente legato a quella coppa in alabastro. Quell’oggetto, più di ogni altro, resterà legato a lui a doppio filo, potremmo dire per l’eternità (più avanti vedremo come). In un certo senso lo si potrebbe definire come il primo reperto che l’egittologo inglese realmente vide, il primo reperto su cui focalizzò la sua attenzione e il primo che destò il suo interesse, il primo reperto che gli generò meraviglia e il primo con cui interagì anche fisicamente visto che per accedere all’anticamera lo dovette addirittura scavalcare.

La coppa in alabastro di Tut all’anteprima stampa della mostra parigina Toutankhamon. Le trèsor du pharaon (ph. Tiziana Giuliani)
Coppa in alabastro (ph. p0456 © The Griffith Institute. Tutankhamun Anatomy of an Excavation. The Howard Carter Archives, Photograph by Harry Burton)

La tazza a forma di fior di loto bianco in piena fioritura è magistralmente ricavata da un unico blocco di alabastro e ha i petali arrotondati scolpiti in un delicato bassorilievo. La coppa è sostenuta da uno stelo cavo e da un piede a forma a tromba rovesciata. Presenta due manici formati da due mazzi di tre fior di loto blu (un fiore aperto affiancato da due boccioli) simbolo di eternità. All’estremità superiore del fiore sbocciato, su entrambi i lati, vediamo Heh, il dio dell’eternità che rappresentato in ginocchio simboleggia anche il numero “un milione”. La divinità è inginocchiata sul cesto neb che significa “Signore”. Su entrambe le mani Heh impugna un ramo di palma che con le sue tacche per la computa degli anni è il geroglifico di “anno”. La palma poggia su un girino (“centomila”) a sua volta seduto su uno shen (il segno per “infinito”). Heh afferra anche un altro simbolo legato alla vita, l’ankh, che risulta essere intagliato nella palma e riempito di pigmento. Questa descritta è una rappresentazione tipica del dio Heh per indicare “milione di anni”, ovvero l’infinito, l’eternità, ed è un motivo che ricorre spesso su altri oggetti del corredo funerario di Tutankhamon e in genere nelle iscrizioni funerarie o celebrative.

Una serie di raffinate iscrizioni incise con grande maestria e riempite di pigmento blu decorano la tazza. Per avere una fedele decifrazione Carter si avvalse della competenza di Sir Alan H. Gardiner, sulla cui celebre grammatica si sono formate generazioni di egittologi.

La lettera con cui Carter chiese a Gardiner la traduzione delle iscrizioni sul bordo della tazza (ph. 14-2 © The Griffith Institute. Tutankhamun Anatomy of an Excavation. The Howard Carter Archives, Photograph by Harry Burton)
La risposta del Gardiner con la traduzione dell’iscrizione sul bordo della tazza (ph. 014-3 © The Griffith Institute. Tutankhamun Anatomy of an Excavation. The Howard Carter Archives, Photograph by Harry Burton)

Al centro della coppa un rettangolo riporta all’interno il nome e il prenome del faraone affiancati da un’iscrizione che lo definisce amato da Amon e Signore dei Troni delle Due Terre e del Cielo, mentre il bordo ospita due iscrizioni distribuite su una stessa linea. La lettura delle due iscrizioni inizia dal centro, precisamente dal medesimo segno ankh, in un gioco di simmetria tanto caro agli egizi. Leggendo da sinistra verso destra troviamo la titolatura del sovrano, leggendo da destra verso sinistra si legge un eloquente desiderio di lunga vita.

Traslitterazione e traduzione delle iscrizioni sulla tazza in alabastro di Tutankhamon a cura di Paolo Belloni

Il testo contenente questa richiesta di immortalità portò Carter a soprannominare la tazza “Wishing Cup”, la coppa dell’augurio/dei desideri, messaggio di buon auspicio che tuttavia viene ritrovato ed esteso anche nella decorazione dei manici e nel fior di loto che, secondo la mitologia egizia, rappresenta la nascita di Atum sorto dal fior di loto che a sua volta è emerso dalle acque primordiali del Nun: quindi simbolo di rinascita.

L’insieme di tutti questi elementi stanno dunque a simboleggiare vita eterna e felice.

“Vita eterna e felice”. E’ proprio ciò che il faraone desiderava per la sua vita nell’Aldilà e ciò che Carter, a quanto pare, desiderava per sé. Infatti, dispose che sulla sua lapide fosse scolpita la stessa frase riportata sulla coppa di alabastro, il primo reperto su cui posò gli occhi all’inizio della sua straordinaria avventura. E così fu. Se qualcuno di voi passerà a rendere omaggio alle sue spoglie nel cimitero di Putney Vale a Londra, sulla sua lapide potrà leggere: “Che abbia vita il tuo ka, possa tu trascorrere milioni di anni, oh tu che ami Waset (Tebe), seduto col tuo viso rivolto al vento del nord e i tuoi occhi contemplando la felicità”. Parole di 3300 anni fa la cui bellezza è davvero senza tempo.

La tomba di Howard Carter(ph. commons.wikipedia)
La lapide della sepoltura di Howard Carter(ph. Dover.UK.com)

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