Mito

La rada di Portoferraio, all’Isola d’Elba, è un luogo affascinante, fatto di attrattori ambientali e culturali, memorie mitologiche, storiche, archeologiche (Figura 1).

Nella rada di Portoferraio secondo il mito raccontato da Apollonio Rodio nelle Argonautiche, sostò l’eroe Giasone con i suoi compagni durante la lunga navigazione alla ricerca del Vello d’oro. Offrendo riparo rispetto ai prevalenti venti settentrionali, la rada è davvero il “bellissimo porto” ricordato dagli antichi Greci. Essi ebbero scolpita nella mente l’immagine del porto più che del promontorio di roccia bianca, sul quale, forse, si celebrava il culto di Eracle/Ercole, istituito dagli Argonauti stessi, come racconta un altro autore antico, Licofrone, nel poema “Alexandra”. Eracle è, fra l’altro, il nume protettore, oltre che delle greggi, del sale, e uno dei tratti caratteristici della rada sono state, per lungo tempo, le saline (Figura 2). Note sicuramente a partire dalla fine del Medioevo, esse potevano esistere anche da prima. Doveva sussistere uno stretto rapporto fra saline, tonnare ed edifici antichi e moderni edifici situati in più punti della rada medesima, in periodi storici anche molto lontani e diversi.

Paesaggi

Per buona parte del periodo etrusco nella rada si lavoravano i minerali di ferro estratti nel versante orientale dell’isola. Dobbiamo immaginare questo luogo uscito dal mito, avvolto nei fumi emanati dai forni per la riduzione dei minerali di ematite e attraversato dai rumori assordanti delle forge e delle officine in cui si producevano i lingotti. Il paesaggio divenne ancora più inquinato dopo la conquista romana, avvenuta nei primi decenni del III secolo a. C. La fase di più intensa produzione metallurgica coincide, non sorprendentemente, con i decenni più intensi dell’imperialismo romano.

Verso la fine del II secolo a.C. il paesaggio della rada conosce un ulteriore, radicale, cambiamento. L’orizzonte metallurgico venne obliterato e bonificato e, laddove, prima, erano i forni, venne costruita una piccola villa, organizzata attorno ad una corte centrale (https://www.facebook.com/ScavoSanGiovanni/). Nella corte, in realtà una vera e propria cella vinaria, si trovavano i dolia, grandi vasi sepolti fino all’orlo, in cui fermentava il vino (Figure 3, 4 e 5). L’apprestamento di questo tipo più noto si trova nella villa della Pisanella a Boscoreale e in altri analoghi casi in area vesuviana. Proprietari della villa di San Giovanni furono probabilmente i Valeri Messalla. Questa villa venne distrutta da un incendio nel I secolo d.C.

Nel frattempo, però, l’assetto della zona era cambiato ancora. Sul promontorio situato proprio sopra la piccola villa, subito ad est, viene costruita, dopo la metà del I secolo a.C., una seconda, grandissima villa, anche questa, probabilmente, di proprietà dei Valeri (https://www.facebook.com/villaromanadellegrotte/) (Figura 6).

Il proprietario della nuova villa (Le Grotte) fu Marco Valerio Messalla, condottiero, senatore e fondatore di uno dei più importanti circoli culturali della Roma augustea. La villa passò poi al figlio adottivo Aurelio villa Cotta Massimo Messalino, che vi ospitò il poeta Ovidio prima della partenza di quest’ultimo per l’esilio nel Mar Nero. La villa durò, poi, fino al II secolo d.C. ed ebbe fasi di rioccupazione in epoca tardoantica.

Recuperi

Fra i partner della nostra iniziativa figura un vitivinicoltore di grande capacità imprenditoriale, oltre che agronomica: Antonio Arrighi. Nella cantina di sua proprietà figurano orci in terracotta (Figura 7) in cui il vino viene messo ad affinare: una tradizione millenaria recuperata e salvata dall’oblio. Un altro, straordinario, recupero chiama in causa le terrazze di muri a secco (Figura 8). Queste, utilizzate da tempo immemorabile, erano state abbandonate per lasciare spazio ad una vitivinicoltura più aggressiva e massificata. Oggi dal loro recupero e dal loro riuso passano al tempo stesso valorizzazione del patrimonio paesaggistico dell’isola e consolidamento dei versanti e degli assetti geomorfologici.

Partecipazione

La piccola villa in riva al mare rappresenta un compendio di architettura rurale mediterranea e di agronomia romana al tempo stesso. Essa merita di essere indagata integralmente, restaurata, valorizzata e, finalmente, aperta al pubblico, in forma di eco-museo o di museo open air.

Peraltro, questa iniziativa di ricerca archeologica sulla villa di San Giovanni e, più in generale, sulla rada di Portoferraio, ha una forte valenza sociale e coinvolge l’intera comunità dell’Isola d’Elba: associazioni, imprese, scuole, semplici cittadini (Figura 9). Fra le associazioni che la sostengono figura anche Italia Nostra-Arcipelago Toscano, grazie al costante impegno della Presidente Cecilia Pacini. Sostenere il progetto significa contribuire a rafforzare, arricchire, accrescere l’identità culturale locale.

Franco Cambi, Università degli Studi di Siena, Dipartimento di Scienze Storiche e dei Beni Culturali

ARCHEOLOGIA DIFFUSA a.p.s., AMBIENTE Paesaggi Società

Il Governo ha messo a disposizione 150 milioni per spazi culturali da recuperare e da far crescere:  http://www.governo.it/articolo/bellezzagovernoit/4697.

La ricerca sulla Rada di Portoferraio  merita di essere sostenuta per il suo grande valore paesaggistico e culturale e le sue forti valenze sociali e pubbliche

Per segnalare l’iniziativa è sufficiente inviare e far inviare dai propri Amici all’indirizzo e-mail:  bellezza@governo.it

il seguente messaggio:

Anche io sostengo il progetto di valorizzazione e promozione del sito di Rada di Portoferraio. Paesaggio e archeologia, straordinaria emergenza culturale dell’Isola d’Elba (Comune di Portoferraio, LI)”.

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