L’Arco di Giano al Foro Boario. Storia e restauro

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Il Foro Boario si trovava compreso tra le pendici dei colli Campidoglio, Palatino e Aventino e occupava un’area vasta, profondamente legata alla Roma delle origini. Il suo sviluppo urbano venne accresciuto dalla felice vicinanza del Tevere e dell’isola Tiberina e proprio per la vicinanza al corso d’acqua più importante della città, sin dall’antichità e anche prima della fondazione stessa di Roma, la zona del Foro Boario rappresentava un punto naturale di approdo e di incontro tra civiltà, legate in modo particolare dai commerci.

Il Foro Boario sul plastido di Roma antica dell’Università di Caen, GFDL con disclaimer, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=723648

L’area era un punto di sosta per i percorsi che giungevano dalla valle del Tevere e soprattutto “via” naturale per il sale che proveniva da Ostia, per le greggi degli Appennini e per il raffinato commercio etrusco e magno greco sia da nord che da sud. Proprio per questa vocazione agli incontri e agli affari, l’area, sin dalle origini e anche prima, ricoprì l’importante ruolo di centro politico e amministrativo perdendo d’importanza successivamente, quando le principali attività si spostarono verso la valle del Foro repubblicano. La zona in origine si caratterizzava per essere paludosa e soggetta a continue inondazioni, tanto che nel VI secolo a.C. si dovette provvedere ad una ingente bonifica a seguito della costruzione della Cloaca Maxima. Il nome di Foro Boario non è casuale e deriva dal fiorente mercato di bovini che si venne sviluppando durante l’epoca repubblicana; si ricorda che, nella zona, importante era anche il commercio di altri prodotti di pregio come il sale che era fondamentale per la conservazione degli alimenti.

Tempio di Ercole, Shardan at Italian Wikipedia [GFDL (http://www.gnu.org/copyleft/fdl.html) or CC BY 2.5 (http://creativecommons.org/licenses/by/2.5)], via Wikimedia Commons
Le attività svolte nel Foro Boario sin dall’antichità vennero celebrate e scolpite nella memoria, attraverso la realizzazione di aree sacre e luoghi di culto afferenti alle divinità protettrici del commercio come Ercole e Portuno, di cui ancora oggi restano visibili i templi di cui, uno è il più antico esempio di architettura templare completa di epoca repubblicana mentre l’altro è il più antico esempio rimastoci di tempio in marmo a Roma. Durante l’epoca imperiale, con l’espansione di Roma verso il Mediterraneo e la creazione di nuovi bacini commerciali, il Foro Boario perse gradatamente la sua funzione commerciale che si spostò nell’area dell’attuale Testaccio, ma conservò il suo carattere sacro perché, leggenda vuole che, proprio in quest’area, si arenò la cesta con Romolo e Remo. Oltre ai templi di Portuno ed Ercole visibili nell’area, ci  sono anche i resti dell’Arco degli Argentari, la chiesa medievale di Santa Maria in Cosmedin con la famosa Bocca della Verità e ad est l’Arco di Giano. Di struttura quadrifronte, l’arco di Giano segnava un importante crocevia tra le aree del Foro Boario, del Palatino, del Circo Massimo e segnava i limiti meridionali del Campo Marzio. La fortuna volle che molti di questi edifici, in epoca medievale, vennero riutilizzati e quindi siano giunti quasi indenni sino ai nostri giorni: l’Arco di Giano per esempio divenne una fortificazione, mentre i templi di Portuno ed Ercole Olivario vennero trasformati in chiese.

Arco di Giano: storia e interventi di restauro

Arco di Giano, https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Roma_-_Arco_di_Giano02.JPG

L’Arco di Giano è anche conosciuto come Arcus Divi Constantini dalla fonte antica dei Cataloghi Regionari (registro degli edifici della città compilato nel IV secolo d.C.). Situato al confine tra il Velabro e il Foro Boario, si erge tuttora un arco quadrifronte marmoreo di notevoli dimensioni e presumibilmente fu eretto, a giudicare dall’epigrafe, da Costanzo II in connessione ad una sua visita a Roma nel 356 d.C. Recenti studi però, hanno comunque chiarito che l’arco aveva una funzione onoraria e venne costruito dai figli di Costantino in onore del padre, dopo la sua morte. Il nome con cui oggi è noto gli venne attribuito dagli studiosi di antiquaria a partire dal XVI secolo, quando i quattro ingressi dell’arco vennero interpretati come la specularità delle due facce del dio Giano. Inoltre, ianus, in latino, significa passaggio coperto ed è possibile quindi ipotizzare anche questa sua funzione di punto di ritrovo e di riparo. Fu edificato durante il IV secolo d.C. e costituisce l’ultimo edificio monumentale costruito in antico nella parte est del Foro Boario al di sopra della Cloaca Maxima. Differentemente da tutti gli altri archi onorari di Roma, quello di Giano ha la peculiarità di avere una pianta quadrata con quattro pilastri di sostegno coperti da una volta a crociera su cui poggiava un alto attico. L’intero edificio venne costruito in mattoni, con tecnica a sacco e poi rivestito di marmo.

Arco di Giano, https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Roma_-_Arco_di_Giano.jpg#filelinks

L’arco conserva ancora la decorazione originaria: i quattro pilastri poggiano su plinti modanati e sono decorati su ciascuna faccia con sei nicchie semicircolari coperte da una semicupola a conchiglia, in cui erano collocate 48 statue. I fornici, dalle chiavi di volta ornate da raffigurazioni di divinità, presentano le statue di Roma e Minerva, di Giunone seduta e forse Cerere in piedi. Come l’Arco di Costantino, anche quello di Giano fu costruito con materiale di reimpiego proveniente dalla distruzione di edifici in rovina già all’inizio del IV d.C. Questi materiali, smontati e lavorati solo parzialmente, portano ancora traccia di alcuni elementi decorativi originali che consentono così il riconoscimento precedente in altre strutture. L’Arco inoltre, dal punto di vista stilistico, documenta bene il gusto del periodo di costruzione, soprattutto per i prospetti d’ingresso ornati da nicchiette fra colonnine pensili con cui possono essere fatti confronti con altri edifici dell’epoca (le porte del palazzo di Diocleziano a Spalato, i prospetti dioclezianei dell’interno della Curia, del Tempio di Venere e Roma e del frigidarium delle grandi terme di Roma). Durante l’epoca medievale, venne trasformato in fortificazione dai Frangipane, la stessa famiglia che aveva trasformato il Colosseo in fortezza, e la sua torre compare citata in un documento del 1145 ed era ancora visibile fino al XVIII secolo. Durante i secoli successivi, l’edificio fu parzialmente interrato e tornò pienamente in luce solamente nel 1827. Durante questo intervento, con lo scopo di togliere le aggiunte non originarie, venne asportato anche l’attico, di cui rimaneva solo il nucleo in mattoni e per questo motivo datato ad epoca medievale, non considerando che originariamente era coperto di marmo come il resto dell’edificio.

Arco di Giano in restauro

Lo stato di degrado dell’Arco di Giano, dovuto principalmente all’inquinamento atmosferico e all’acqua piovana, ha portato ad una serie di interventi di restauro e, successivamente, ad una programmazione di interventi conservativi. Le condizioni dell’edificio e la sua storia travagliata nei secoli, pongono problematiche agli studiosi che riguardano diversi argomenti e specializzazioni, tanto che il progetto di restauro non potrà che essere multidisciplinare. La prima fase di restauro, ha avuto anche una funzione di studio, finalizzata a mettere a punto le diverse metodologie da applicare sul monumento e che in futuro potrà essere estesa a tutto l’arco. Le azioni principali d’intervento consistono nel consolidamento delle parti decoese e nel fissaggio di quelle distaccate, nel trattamento di tutti gli attacchi biologici e della vegetazione superiore mediante biocida, nella pulitura chimica e meccanica della superficie. Infine, si provvederà alla riproduzione parziale delle parti mancanti attraverso materiali compatibili e simili ai tipi originali e si eviteranno pericolose infiltrazioni d’acqua.

L’Arco di Giano oggi è al centro di un programma scientifico che vede tutta la valorizzazione del Foro Boario, un’area fondamentale per la ricostruzione della storia di Roma dalle origini e che vede sinergie tra istituzioni e organismi italiani quali il MIBACT, la Soprintendenza Speciale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Roma, Roma Capitale, Fondazione Alda Fendi e mecenati internazionali come World Monument Fund e America Express.

Il restauro si rivela così fondamentale per uno studio approfondito del monumento e per la ricostruzione della sua storia millenaria che ha interessato varie epoche, ma sarà anche occasione per mettere a punto e sviluppare un ampio programma di interventi soprattutto per la manutenzione futura.

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Alessandra Randazzo

Studia Lettere Classiche presso il DICAM dell’Università di Messina. Ha ricoperto il ruolo di redattrice e social media manager per www.mediterraneoantico.it e attualmente per la testata Made in Pompei, inoltre è Ufficio Stampa per la società di videogames storici Entertainment Game Apps, Ltd.
Durante la carriera universitaria ha partecipato a numerose campagne di scavo e ricognizione presso siti siciliani e calabresi.
Per la cattedra di Archeologia e Storia dell’arte Greca e Romana presso il sito dell’antica Finziade, Licata (AG) sotto la direzione del Prof. G.F. La Torre, febbraio-maggio 2012; per la cattedra di Topografia Antica presso Cetraro (Cs) sotto la direzione del Prof. F. Mollo, luglio 2013; per la cattedra di Topografia Antica e Archeologia delle province romane presso il sito di Blanda Julia, scavi nel Foro, Tortora (Cs) sotto la direzione del Prof. F. Mollo, giugno 2016.
Ha inoltre partecipato ai corsi di:
“Tecnica Laser scanning applicata all’archeologia” in collaborazione con il CNR-IPCF di Messina, gennaio 2012;
Rilievo Archeologico manuale e strumentale presso l’area archeologica delle Mura di Rheghion – tratto Via Marina, aprile-maggio 2013;
Analisi e studio dei reperti archeologici “Dallo spot dating all’edizione”, maggio 2014; Geotecnologie applicate ai beni culturali, marzo-aprile 2016.
Collabora occasionalmente con l’ARCHEOPROS snc con cui ha partecipato alle campagne di scavo:
“La struttura fortificata di Serro di Tavola – Sant’Eufemia D’Aspromonte” sotto la direzione della Dott.ssa R. Agostino (Soprintendenza per i Beni Archeologici della Calabria) e della Dott.ssa M.M. Sica, 1-19 ottobre 2012;
Locri – Località Mannella, Tempio di Persefone sotto la direzione della Dott.ssa R. Agostino (Soprintendenza per i Beni Archeologici della Calabria), ottobre 2014;
Nel marzo 2014 ha preso infine parte al Progetto “Lavaggio materiali locresi” presso il cantiere Astaldi – loc. Moschetta, Locri (Rc) sotto la direzione della Dott.ssa M.M. Sica.

Collabora attualmente con la redazione di: www.osservarcheologia.eu

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