Il mito di Narciso e il fatale amore per se stesso

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Esistono diverse versioni del mito di Narciso: una proviene da alcuni frammenti attribuiti a Partenio di Nicea ritrovati in un papiro di Ossirinco e l’altra si trova nelle Narrazioni di Conone datate tra il 36 a.C. e il 17 d.C. Tra le versioni a noi disponibili però, quelle più note, sembrano essere quella di Ovidio nelle “Metamorfosi” e quella di Pausania nella “Periegesi della Grecia”.

La versione greca del mito appare come una sorta di ammonizione ai giovani, in cui questi sono invitati a non rifiutare le gioie dell’amore, anche omosessuale, né Eros stesso, come invece aveva fatto il superbo Narciso, perché il fato sarà non benevolo per loro. Inizialmente le fonti per questa versione del mito erano Conone, un greco contemporaneo di Ovidio, e Pausania vissuto circa 150 anni dopo l’autore latino. Nel 2004, tra i papiri di Ossirinco, ne venne scoperta una versione molto simile che si ritiene precedere quella di Ovidio di almeno 50 anni.

Narciso, Casa di Marco Lucrezio Frontone.

Il mito, secondo quanto riportano gli autori greci, narra che Narciso era circondato da numerosi innamorati ma la sua superbia era tale da rifiutare chiunque gli si dichiarasse. Tra questi vi era il giovane Aminia che, folle d’amore, non si dava pace. Narciso allora gli donò una spada per uccidersi e placare così ogni vano tentativo di conquista. Aminia si uccise trafiggendosi al petto con la spada davanti casa, invocando gli dei affinchè punissero Narciso per tale tracotanza. La vendetta divina non tardò e si compì quando Narciso ammirò per la prima volta la sua immagine riflessa, tanto da rimanerne ammaliato. Fu così che si innamorò perdutamente di se stesso e preso dalla disperazione per non poter ricambiare questo amore, prese come Aminia una spada e si trafisse. Dal sangue versato sulla terra germogliarono quelli che noi oggi chiamiamo narcisi.

Nella versione romana del mito, quella che Ovidio racconta nelle “Metamorfosi” e che probabilmente si basava sulla versione di Parteno, è una giovane ninfa di nome Eco ad innamorarsi perdutamente del bellissimo Narciso, figlio di Cefiso, divinità fluviale e della ninfa Liriope. Cefisio aveva circondato la ninfa con le sue acque intrappolando la giovane per corteggiarla. Da questa unione nacque un bambino bellissimo, tanto da far preoccupare la stessa madre. Liriope infatti, consultò l’oracolo Tiresia che gli disse: “Narciso raggiungerà la vecchiaia se non conoscerà mai se stesso”.

Quando ebbe compiuto il sedicesimo anno di età, Narciso era ormai un giovane bellissimo tanto che non c’era abitante della città, uomo o donna, che non si fosse innamorato di lui; ma lui orgoglioso rifiutava ogni avance. Un giorno, mentre era a caccia di cervi, la ninfa Eco lo seguì tra i boschi desiderosa di incontrarlo, ma incapace di proferir parola perché costretta a ripetere solo le ultime parole che le venivano rivolte. Era infatti l’aveva punita perché con le sue sciocche chiacchiere la distraeva mentre il marito Zeus andava a corteggiare le altre ninfe.  Quando Narciso sentì dei passi dietro di lui, si volto e domando: “Chi è là?”, ed Eco rispose: “Chi è là?” e così continuò finché la ninfa non gli si mostrò cercando di abbracciarlo. Narciso, disgustato da questo gesto, allontanò la giovane malamente dicendole di lasciarlo nella sua solitudine. Con il cuore a pezzi, la ninfa Eco si ritirò a vivere in valli solitarie dove poco a poco si spense. Di lei rimase infatti solo la voce.

Narciso, Caravaggio.

La dea Nemesi, essendo venuta a conoscenza della storia, decise che il superbo Narciso andava punito; così, mentre il giovane si trovava per boschi, si imbatté in una pozza d’acqua. Incuriosito, si accucciò per vedere meglio e rimase colpito dall’immagine che questa rifletteva: un giovane bellissimo, la cui bellezza era oltremodo superiore a quella comune. Non si rese conto che quella riflessa era la sua immagine. Quando scoprì cosa aveva visto, Narciso capì che non avrebbe mai potuto ottenere quell’amore e così decise di lasciarsi morire, compiendo la profezia che anni prima la madre aveva ricevuto da Tiresia.

Quando le Naiadi e le Driadi vollero prendere il corpo per posizionarlo sulla pira funebre, questo si era tramutato in un bellissimo fiore di narciso. Nel suo viaggio verso l’oltretomba, si dice che, mentre stava attraversando il fiume infernale, lo Stige, cercò disperatamente di ritrovare riflessa nelle acque la sua immagine, così da poterla ammirare per l’ultima volta.

“Io sono io! L’ho capito, l’immagine mia non m’inganna più!

Per me stesso brucio d’amore, accendo e subisco la fiamma!

Che fare? Essere implorato o implorare? E poi cosa implorare?

Ciò che desidero è in me: un tesoro che mi rende impotente.

Oh potessi staccarmi dal mio corpo!

Voto inaudito per gli amanti: voler distante chi amiamo!

Ormai il dolore mi toglie le forze, e non mi resta

da vivere più di tanto: mi spengo nel fiore degli anni.

No grave non mi è la morte, se con lei avrà fine il mio dolore;

solo vorrei che vivesse più a lungo lui, che tanto ho caro.

Ma, il cuore unito in un’anima sola, noi due ora moriremo.”

(Ovidio, Le Metamorfosi, Libro VIII)

 

Due sono le rappresentazioni del giovane Narciso che più colpiscono. Una si trova nella Casa di Marco Lucrezio Frontone a Pompei, in un piccolo cubicolo sulle cui pareti, di colore giallo ocra intenso, amorini in volo fanno da contorno a due scene moraleggianti: da una parte Narciso colto nell’attimo in cui ammira la sua immagine riflessa nell’acqua, dall’altra Perona che allatta in prigione il vecchio padre Micone salvandolo dalla morte a cui era stato condannato. L’altra è lo splendido dipinto attribuito a Caravaggio conservato nella Galleria Nazionale d’Arte Antica a Palazzo Barberini in Roma.

 

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Alessandra Randazzo

Studia Lettere Classiche presso il DICAM dell’Università di Messina. Ha ricoperto il ruolo di redattrice e social media manager per www.mediterraneoantico.it e attualmente per la testata Made in Pompei, inoltre è Ufficio Stampa per la società di videogames storici Entertainment Game Apps, Ltd.
Durante la carriera universitaria ha partecipato a numerose campagne di scavo e ricognizione presso siti siciliani e calabresi.
Per la cattedra di Archeologia e Storia dell’arte Greca e Romana presso il sito dell’antica Finziade, Licata (AG) sotto la direzione del Prof. G.F. La Torre, febbraio-maggio 2012; per la cattedra di Topografia Antica presso Cetraro (Cs) sotto la direzione del Prof. F. Mollo, luglio 2013; per la cattedra di Topografia Antica e Archeologia delle province romane presso il sito di Blanda Julia, scavi nel Foro, Tortora (Cs) sotto la direzione del Prof. F. Mollo, giugno 2016.
Ha inoltre partecipato ai corsi di:
“Tecnica Laser scanning applicata all’archeologia” in collaborazione con il CNR-IPCF di Messina, gennaio 2012;
Rilievo Archeologico manuale e strumentale presso l’area archeologica delle Mura di Rheghion – tratto Via Marina, aprile-maggio 2013;
Analisi e studio dei reperti archeologici “Dallo spot dating all’edizione”, maggio 2014; Geotecnologie applicate ai beni culturali, marzo-aprile 2016.
Collabora occasionalmente con l’ARCHEOPROS snc con cui ha partecipato alle campagne di scavo:
“La struttura fortificata di Serro di Tavola – Sant’Eufemia D’Aspromonte” sotto la direzione della Dott.ssa R. Agostino (Soprintendenza per i Beni Archeologici della Calabria) e della Dott.ssa M.M. Sica, 1-19 ottobre 2012;
Locri – Località Mannella, Tempio di Persefone sotto la direzione della Dott.ssa R. Agostino (Soprintendenza per i Beni Archeologici della Calabria), ottobre 2014;
Nel marzo 2014 ha preso infine parte al Progetto “Lavaggio materiali locresi” presso il cantiere Astaldi – loc. Moschetta, Locri (Rc) sotto la direzione della Dott.ssa M.M. Sica.

Collabora attualmente con la redazione di: www.osservarcheologia.eu

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