Dalla Campania Felix alle Madri in tufo del Museo Provinciale di Capua: una storia di archeologia e fertilità.

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In un Museo poco noto della Campania settentrionale, vero e proprio scrigno di tesori e testimonianze di arte e archeologia, da oltre un secolo una pattuglia di figure femminili scolpite nel tufo locale accoglie il visitatore e lo trasporta in un viaggio nel cuore della Campania Felix.

Stiamo parlando del Museo Provinciale Campano, con sede a Capua (CE), che custodisce la famosa collezione di “Matres Matutae” insieme a reperti di ogni epoca e genere tra cui vasi, epigrafi, mosaici, terrecotte e -ancora- sculture medievali e opere pittoriche dal XIII al XVIII secolo.

Ogni oggetto qui racconta la sua storia, ma la più suggestiva è sicuramente quella delle Madri in tufo.

Il corpus di sculture fu scoperto in un complesso sacro, noto come Fondo Patturelli, ricadente immediatamente all’esterno della porta orientale dell’antica Capua. L’epoca del rinvenimento, ossia la metà dell’Ottocento, è quella della febbre antiquaria, della ricerca dei mirabilia da vendere ai ricchi collezionisti o ai nascenti musei statali e internazionali, pertanto quanto era appetibile al mercato antiquario e facilmente asportabile, come le terrecotte, fu recuperato e immesso nelle compravendite, mentre gli ingombranti frammenti architettonici del tempio e le sculture in tufo furono prontamente riseppelliti. Ripresi gli scavi sul finire dello stesso secolo, furono recuperati sia gli elementi architettonici che le sculture, per poi essere trasferiti nel Museo Campano e, in misura minore, presso altri musei nazionali e stranieri.

A leggere i resoconti degli scopritori ottocenteschi ci si rende conto che non fu solo una questione di “spazi” o volumi; le madri, così lontane dall’iconografia classica, impressionarono a tal punto coloro che le rinvennero da essere definite «tozze e mostruose sì che sembran rospi». Ma l’interesse e l’eccezionalità della scoperta risiedevano non tanto nell’aspetto di queste figure, quanto piuttosto nella loro “ossessionante” rappresentazione: le madri raffigurano una scena standardizzata e rituale, dunque sacra, di kourotrophìa, ovvero di protezione e cura dei figli.

Sono effigi imponenti quelle delle madri che, avvolte nel drappeggio di veste e mantello e sedute su troni scolpiti, allattano o, più spesso, stringono tra le braccia uno o più infanti, fino ad un numero di dodici e più. I corpi possenti, le ginocchia divaricate per sorreggere i numerosi neonati, i capelli acconciati, il viso rotondo e regolare, ne fanno una delle testimonianze più straordinarie dell’artigianato italico e preromano. La loro unicità tuttavia non si esaurisce al solo aspetto formale: nel crocevia visivo di queste sculture ritroviamo la forza della fecondità, la potenza della riproduzione, il momento della nascita e della nuova vita, prerogative che dovevano essere intimamente legate alla dea che governava il santuario.

Il tipo statuario è replicato nel tempo con poche variazioni: elementi iconografici e stilistici indicano un lungo arco cronologico di produzione delle sculture, corrispondente grossomodo al periodo di frequentazione del santuario, che va dal VI secolo a.C. agli inizi del I secolo a.C.

Basti osservare le madri ritenute nella storia degli studi come le più antiche, caratterizzate da una resa geometrica ed essenziale della fisionomia tendente quasi all’astrattismo, che già recano impressi i motivi del culto curotrofico nei seni prominenti e nella presenza di un neonato in fasce. Nelle fasi successive, ossia quella campana/ellenistica e fino a quella romana, si alterneranno attributi iconografici quali troni, abiti, gioielli, acconciature ed elementi stilistici direttamente influenzati dalle forme artistiche greche, ma il tema dell’iconografia materna, evidentemente molto caro a coloro che frequentavano il santuario, resterà inviariato.

In alcuni esemplari, sicuramente risalenti alla tarda età repubblicana per la presenza di iscrizioni latine, ai pupi in fasce si aggiungono fanciulli e fanciulle stanti, i primi vestiti con la toga, le giovani ammantate in un’ampia stola. Sullo sfondo resta comunque impresso il paradigma della madre: la kourotrophia evoca la protezione dei bambini, ma più in generale riguarda l’intero processo di formazione dell’essere umano, dal concepimento alla maturazione dei giovani.

Che funzione avevano, dunque, queste possenti sculture?

Si tratta di ex voto offerti presso il santuario dalle donne (o più in generale da esponenti della comunità) dell’aristocrazia capuana che avevano scelto di raccontare, attraverso queste icone impresse nella materia del tufo, la storia più antica del mondo, quella della riproduzione.

Sedute in trono come dee, strette ai propri infanti come madri premurose, sullo sfondo l’eterno miracolo della vita.

 

Informazioni sul Museo Provinciale Campano

Orario di apertura al pubblico:

Dal Martedì al Sabato 9.00 – 13.30

Domenica9.00 – 13.00

Martedì e giovedì (apertura pomeridiana)15.00 – 18.00

Costi: http://www.museocampano.it/index.php/statics/info

Bibliografia

A.Adriani, Cataloghi illustrati del Museo Campano. I. Sculture in tufo, Napoli – Alessandria d’Egitto 1939.

L. Melillo Faenza et Alii, Matres matutae dal Museo di Capua, Milano 1991.

N. Petrillo, “Abiti, spille, bottoni: alcune riflessioni sui costumi delle madri in tufo da Capua”, in A. Pontrandolfo, M. Scafuro (a cura di), DialArchMed, I.1-5, Paestum 2017, pp. 1197-1204.

C. Rescigno, “Un bosco di madri. Il santuario di Fondo Patturelli tra documenti e contesti”, in AA. VV., Lungo l’Appia. Scritti su Capua antica e dintorni, Napoli 2009, pp. 31-42.

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Nicoletta Petrillo

Dottoranda di ricerca in Metodi e Metodologie per la ricerca archeologica e storico artistica presso l’Università degli Studi di Salerno, nel cui ambito conduce uno studio sul gruppo delle sculture in tufo delle cd. Matres dal Santuario di fondo Patturelli presso Capua.

 

Durante gli anni di formazione ha collaborato alle attività di ricerca con il Dipartimento di Lettere e Beni culturali della Seconda Università degli studi di Napoli partecipando a numerose campagne di survey e scavo archeologico in area campana tra cui Cuma, Forum Popilii, Calatia, Benevento.

 

Recentemente, ha instaurato collaborazioni scientifiche con l’Istituto di Archeologia Classica (ICA) dell’Università di Austin, Texas, per lo studio e all’edizione scientifica di reperti provenienti dalla chora di Metaponto; con l’Ufficio Archeologico di S. Maria Capua Vetere (Ce) per l’organizzazione della mostra “Umane come tutte la madri del mondo, assise in trono come dee” e per le manifestazioni culturali “La Città sotto la Città”; con la Soprintendenza archeologica della Basilicata per le attività di ricerca archeologica sul sito di San Biagio alla Venella (Metaponto).

 

Nell’ambito delle comunicazioni scientifiche, ha tenuto un intervento dal titolo: “Abiti, spille, bottoni: alcune riflessioni sui costumi delle Madri in tufo da Capua” nell’ambito del Convegno “Dialoghi sull’Archeologia della Magna Grecia e del Mediterraneo”, tenutosi a Paestum dal 7-9 settembre 2016; ha relazionato nell’ambito del IX ciclo di conferenze “Piano di Sorrento. Una storia di terra e di mare” organizzate dal Comune di Piano di Sorrento in collaborazione con l’Associazione culturale “Oebalus. Studi sulla Campania nell’Antichità”; ha partecipato al ciclo di seminari “La ceramica per la storia di Napoli e del litorale flegreo (IV a.C.- VII d.C.). Dagli scavi di San Lorenzo Maggiore ad oggi”  organizzati dal Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università degli Studi Federico II di Napoli in collaborazione con Soprintendenza Archeologia della Campania e Centro Jean Bérard.

Ha recentemente partecipato con un contributo al catalogo della mostra “Per Grazia Ricevuta: La devozione religiosa a Pompei antica e moderna”, a cura di Massimo Osanna, Francesco Buranelli, Luana Toniolo.

Sono in pubblicazione alcuni suoi contributi scientifici nei volumi/riviste/atti di convegni “Oebalus. Studi sulla Campania nell’Antichità”, “Maternità e politeismi”, “Dialoghi sull’Archeologia della Magna Grecia e del Mediterraneo”.