Mediterraneo Antico n°1 – gennaio 2015

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Sommario

Egittologia:

  • Mario Tosi – Il ricordo di Sandro Trucco
  • Il villaggio operaio di Deir el-Medina
  • Stele Cat. 1535 di Abkau
  • Una misteriosa iscrizione geroglifica sulla Grande Piramide di Giza
  • La piramide in Egitto: simbolo dell’ideologia faraonica
  • Kenamun. L’undicesima mummia
  • Influssi stranieri nella religione egizia. Seconda parte
  • Le modifiche alla Cappella Rossa e la damnatio memoriae di Hatshepsut
  • I “Popoli del mare” nelle fonti scritte egiziane del Nuovo Regno

Egitto moderno:

  • Doria Shafik e i diritti delle donne

Archeologia:

  • Il protobizantino e le province orientali dell’Impero, tra storia e archeologia
  • La piramide di Caio Cestio a Roma
  • Vaso François. Una storia nella storia ed una preziosa eredità

CONTRASTO

A volte i contrasti fanno impressione. Stordiscono. Disorientano. Ma quando il contrasto è frutto di due forze che spingono in senso contrario due realtà che ci appaiono complementari, che se unite darebbero vita a un intero che diventa soluzione, il contrasto fa rabbia. Leggere da una parte che lo Stato non potrà reintegrare la Storia dell’Arte nelle scuole perché non può permettersi di sostenerne la spesa, e dall’altra che due miliardi di euro destinati alla cultura tornano nelle casse della Comunità Europea perché non siamo stati in grado di dar vita a progetti con i quali spenderli, genera indubbiamente rabbia. Possibile che “…nonostante che il Ministero della Pubblica Istruzione abbia 1.200.000 dipendenti. Numericamente nel mondo, l’ente é secondo soltanto all’esercito americano.” (tratto da “Mi fa male il mondo” di G. Gaber, 1995/96), nessuno sia stato capace o abbia pensato di elaborare un piano, un progetto, una soluzione che potesse intercettare almeno una parte di quella enorme quantità di denaro di cui – per altro – abbiamo disperatamente bisogno? Ma questo contrasto è fin troppo facile da gestire, perché non è colpa nostra. Basta chiarirlo e siamo a posto. A dire il vero non so neppure se queste due notizie siano vere. Le ho semplicemente lette, anche se ben sappiamo che entrambe hanno tutti i requisiti per esserlo. Di certo la nostra indignazione non ha aspettato nessuna conferma o smentita ed è stata urlata dalle bacheche del nostro profilo facebook, permettendo così alla nostra coscienza di stare in pace, tra l’ovazione dei nostri amici, che per questo ci ammirano e ci stimano. Probabilmente oggi Ponzio Pilato non userebbe più la celebre bacinella. Scriverebbe due righe sul suo profilo, magari aggiungendo l’emoticon che si traslittera con “ :( “ per dirsi dispiaciuto. Un uomo sensibile Ponzio Pilato. Mi devo essere perso qualcosa. Facciamo il punto. Non sono circa sei anni che la Storia dell’Arte ha subito un brusco ridimensionamento? Ma “Storia dell’Arte” non era quella materia durante la quale si studiava per l’interrogazione di matematica dell’ora successiva, come del resto accadeva nell’ora di religione? Le visite ai musei non erano momenti di puro svago, nonostante fossimo costretti a vistarli per davvero? Alla mia generazione e a quella precedente è stata insegnata la Storia dell’Arte. Ed è stata insegnata anche a coloro che sei anni fa hanno deciso di limitarne l’uso, temendo forse un eccesso di sensibilità da parte delle persone, di un ritorno del buongusto. E allora perché se sommiamo i visitatori che si sono recati alla Reggia di Caserta, a Castel del Monte, al Cenacolo Vinciano, alle Gallerie dell’Accademia (VE), agli Scavi di Pompei, alla Galleria degli Uffizi, alla Galleria dell’Accademia (FI), al Museo Egizio, al Palazzo Ducale di Mantova relativamente all’anno 2011, non raggiungiamo i sette milioni e mezzo, mentre nello stesso anno il solo Museo del Louvre ne ha avuti 8.880.000? Perché nello stesso anno l’area archeologica di Pompei, che con i suoi 2.329.375 visitatori è il luogo di cultura più visitato tra quelli che ho citato, è stata clamorosamente superata dal piccolo gioiello del Musée d’Orsay, che ne può vantare 3.144.449? E allora mi chiedo: dove sta la differenza tra insegnare omeno la Storia dell’Arte nelle nostre scuole? Certo, questi sono solo numeri. Dobbiamo contestualizzare, tenere conto del quadro complessivo, valutare la situazione da più angolature. Ma comunque la si cerchi di rigirare, il dato è chiaro: non siamo frequentatori dei nostri luoghi di cultura, perché in fondo è un argomento che non ci interessa, che non ci coinvolge. Altrimenti nessun Governo sarebbe mai riuscito nell’impresa di sottrarre ore allo studio di un immenso patrimonio, che è parte integrante del nostro ambiente, che è la nostra storia. Provate a immaginare se uscisse un decreto con cui il Governo intendesse ridimensionare il Campionato di Calcio, trasformandolo in un piccolo torneo che dura un mese, eliminando metà delle squadre. Esempio populista intriso di qualunquismo? Può essere. Sono due parole che vanno molto di moda adesso, soprattutto quando non si ha nessuna risposta da dare. Ma allora urlare la nostra indignazione per la drastica riduzione dell’insegnamento della Storia dell’Arte, per altro con un ritardo di sei anni, non ha senso? Certo che ce l’ha! Ma delegare esclusivamente alla scuola il compito di farci amare il nostro patrimonio artistico e culturale è pura follia. Dobbiamo esserne infettati noi per primi e trasmettere la malattia innanzitutto ai nostri figli, perché questa non è una malattia ereditaria: va proprio trasmessa, concretamente, con impegno. Non consentiamo ai nostri figli e nipoti di associare i nomi di Leonardo, Michelangelo e Raffaello esclusivamente alle tartarughe Ninja. Regaliamo loro libri sull’Arte e la Storia e leggiamoli con loro. Portiamoli nei musei e nelle aree archeologiche, spiegando loro la Bellezza. Diventeranno senz’altro donne e uomini migliori a cui nessuno potrà mai imporre per decreto cosa studiare e cosa no. E facciamo in modo che nessuno possa più dire che il 60% del patrimonio artistico mondiale è in Italia, mentre il resto è al sicuro!

Un caro saluto.

PAOLO BONDIELLI

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