Gli antichi Greci, lo sappiamo bene, non erano secondi a nessuno nelle arti figurative (e non solo in quelle, a dire il vero). Vi piacerebbe sapere cosa c’è davvero dietro al loro genio artistico? Avete mai pensato che sotto una pittura perfetta, capolavoro che ha attraversato i secoli, c’è un disegno che ha richiesto tempo, modifiche e riflessioni? Quel che noi ammiriamo oggi nasconde, in realtà, la mano e la mente dell’artista, dell’artigiano.

Dettaglio del volto di Apollo visto con luce normale (sopra) e attraverso la tecnica RTI (sotto)

Se potessimo vedere con i nostri occhi queste “bozze”, forse riusciremmo, almeno in parte, a penetrare i segreti degli antichi maestri e, chissà, ci sembrerebbe di vedere le loro mani scorrere sulla pittura, esitare, sfumare, calcare, infondere anima alla loro opera.
Comprendere tutto questo è il sogno (realizzato) di Sanchita Balachandran, direttore associato al Johns Hopkins Archaeological Museum, la quale si occupa dell’analisi degli antichi vasi greci e della loro conservazione. Uno studio che si è concretizzato, dal 2008, anche in corsi di studio diretti dalla Balachandran e in un progetto sperimentale, “Recreating Ancient Greek Ceramics”, attraverso il quale gli studenti possono creare dei “capolavori moderni” sull’esempio dei maestri greci, apprendendo con la tecnica anche la Storia, l’Arte e l’Archeologia.

Per arrivare alla fase originaria della pittura sui vasi, Sanchita Balachandran ha utilizzato la

tecnica della Reflectance Transformation Imaging (RTI), cioè una tecnologia sofisticata di visualizzazione degli oggetti che si basa su algoritmi e tiene conto delle variazioni di luce, in modo da evidenziare, per esempio, imperfezioni, oppure modifiche. Potremmo definirla come una “mappatura” dei reperti, uno “sguardo profondo”, oppure un punto di vista diverso e non invasivo che consente di osservare ciò che è invisibile a occhio nudo.
I vasi presi in considerazione sono ateniesi e risalgono al periodo compreso tra il VI e il IV secolo a.C.
Grazie all’uso di questa tecnica la studiosa ha notato, su un

Dettaglio di una coppa del 490 a.C. conservata nel Paul Getty Museum. A sinistra viene osservata attraverso la luce normale, a destra con la tecnica RTI che evidenzia le linee tracciate nella bozza, soprattutto nel profilo della donna e nel braccio piegato sul cuscino.

frammento di vaso attribuito al pittore di Brygos (VI-V sec. a.C.), ovvero a uno dei massimi esperti di ceramica a figure rosse, un particolare interessante e invisibile a occhio nudo: nella “bozza” del disegno, infatti, il braccio del ragazzo che tiene una corda è stato disegnate in tre diverse posizioni. Una sorta di “prove” attraverso cui è stata scelta l’opzione che noi oggi possiamo ancora ammirare.

Si tratta di scoperte in grado di avvicinarci ancora di più, in maniera ideale, agli uomini antichi, quasi di farceli sentire “vicini”, lasciandoci accostare allo stile di questi artisti.
Sanchita Balachandra, coadiuvata nei suoi studi da David Saunder, curatore associato nel Dipartimento di Antichità nel Paul Getty Museum, si è chiesta se le linee nascoste sotto la pittura dei vasi possano, in qualche modo, rappresentare la “firma” di chi li ha creati.
Nella Grecia antica il concetto di “individualità artistica” non era in uso, o meglio, era inteso in modo molto diverso rispetto a oggi e sono poche le ceramiche che recano il nome dell’artigiano che le ha realizzate.
Tra il VI e il V secolo Atene fu il centro di produzione principale di vasi celebri per la loro raffinatezza e, per questo, esportati in tutto il Mediterraneo.
Ognuno di essi aveva una funzione ben precisa, che andava oltre la classica distinzione tra recipienti ornamentali o d’uso quotidiano. Esistevano, per esempio, i lebes gamikos, utilizzati nei matrimoni, oppure i lekythoi, adatti, a seconda del colore, per la toeletta di uomini e donne, o per i riti funebri.

Per crearli vi erano due tecniche: la prima è chiamata “a figure nere”, poiché le immagini venivano dipinte con vernice nera su una base colorata dall’argilla rossa. La seconda tecnica, invece, è chiamata “a figure rosse” ed è l’esatto contrario di quella già descritta, ma prese piede dal 530 circa.
I soggetti preferiti dagli artisti erano le donne, ma anche scene di vita quotidiana e sociale, i riti e la mitologia.
Quando guardiamo queste preziose ceramiche, inoltre, non stiamo osservando da vicino l’esistenza degli antichi greci, ma l’idea che loro ne avevano e, soprattutto, l’immagine che l’artigiano voleva dare di quella vita.
Con la pittura si veicolavano tradizioni, abitudini, valori. Il realismo non è certo assente, ma non è neppure l’obiettivo principale di chi ha lavorato quei vasi. Potremmo parlare di scene tratte dalla quotidianità ma, nello stesso tempo, simboliche e interpretabili.
Alla luce di ciò gli studi della dottoressa Balachandran appaiono ancora più importanti, poiché in grado di farci penetrare attraverso quegli emblemi, fino alla mano che li ha disegnati e alla mente che li ha pensati, dunque alla società che li ha sviluppati.

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