Nel capitolo XIII del De Iside et Osiride, Plutarco racconta che: “Ma quando Osiride fu di ritorno, egli [Tifone] ordì contro di lui un’insidia, raccogliendo settantadue congiurati e ottenendo la collaborazione della regina che governava in quel tempo l’Etiopia, di nome Aso. Tifone prese di nascosto le misure del corpo di Osiride, costruì un’arca di quelle dimensioni, molto bella e con splendidi ornamenti, e poi la portò nella sala del banchetto. Tutti la guardarono ammirati, e allora Tifone promise, come in un bel gioco, che l’avrebbe data in dono a quello che ci stesse dentro sdraiato proprio di misura. Uno dopo l’altro provarono tutti, ma nessuno ci entrava davvero esattamente; venne poi il turno di Osiride, e quando si sdraiò dentro, subito i congiurati si precipitarono a chiudere il coperchio, lo saldarono all’esterno con i chiodi e ci versarono sopra piombo fuso. Poi trasportarono l’arca al fiume, e la abbandonarono alla corrente perché arrivasse al mare attraverso la bocca Tanitica: per questo gli Egiziani anche adesso chiamano questa bocca «odiosa» e «abominevole»” (Plutarco, De Iside et Osiride, trad. di Marina Cavalli, Adelphi 2002, 6a ed., pp. 72-73).

La morte di Osiride per mano di Seth può essere “osservata” da due angolazioni diverse, una sociale e una naturale. L’aspetto sociale è stato già trattato dell’articolo “Morire nell’antico Egitto. “Che tu possa vivere per sempre come Ra vive per sempre”.

(Fig. 1) Sudario della sacerdotessa di Amon Djedimutesankh rappresentante Osiride (XXI din.), da Deir el-Bahri, Tomba MMA 60, Metropolitan Museum of Art, New York, inv. n. 25.3.24

Dal punto di vista egiziano della natura, Osiride (fig. 1) è percepito come Ḳemet, ovvero la terra d’Egitto che diventa nera e fertile dopo l’inondazione del Nilo (trasudazione del cadavere di Osiride morto per annegamento o lacrime di Iside versate in seguito alla sua morte). Da questa prospettiva, Osiride è colui che dona vita all’Egitto creando la vegetazione e il movimento della luna e delle stelle nel cielo. D’altro canto Seth (fig. 2) sulla terra è Desheret, o il deserto, la sterilità della terra e il caos, mentre nell’aldilà incarna il lato impetuoso e necessario dell’ordine cosmico.

(Fig. 2) Seth venerato da Aapehty, Stele Aapehty (XIX din.) The British Museum, inv. n. EA35630, reproduced by Creative Commons Attribution-NonCommercial-ShareAlike 4.0 International (CC BY-NC-SA 4.0) license, © The Trustees of the British Museum

Se volessimo tracciare l’origine della morte mitica di Osiride, questa andrebbe identificata nei riti tribali dell’antica Africa, di cui l’Egitto fa parte, dove la morte del sovrano regnante è necessaria poiché egli, ormai anziano, è incapace di essere una guida per la sua comunità (Lesko, B. S.: The Great Goddesses of Egypt, Oklahoma Press, USA 1999, pp. 160-161).

Bisogna evidenziare che i riferimenti alla morte di Osiride nei testi egiziani sono molto frammentari.

Un primo lo si trova nei Testi delle Piramidi 477 §959, dove Osiride è spinto sulle rive del fiume in Nedit da Seth, forse come risposta ad un calcio che egli ha ricevuto da Osiride. Un secondo evento riguarda Seth che getta il cadavere di Osiride nell’acqua, ed è dunque successivo al suo assassinio. Questo avvenimento è supportato da (a) incantesimo 532 §1256-1257 dei Testi delle Piramidi; (b) un’iscrizione forse da datarsi al Nuovo Regno, dove si dice che Osiride si trova nella terra di Sokar (dio della necropoli menfita) e che Iside e Nephthys sono i pilastri ḏd che vedono Osiride galleggiare nell’acqua alle quali Horus ordina di prendere il cadavere prima che questo venga portato via dalla corrente (Anthes, R.: Beiläufige Bemerkungen zum Mythos von Horus und Osiris, in Zeitschrift für Ägyptische Sprache und Altertumskunde 86 (1961), p. 82-83; Münster, M.: Untersuchungen zur Göttin Isis vom Alten Reich bis zum Ende des Neuen Reich, in Münchner Ägyptologische Studien 11, Berlin 1968, p. 2).

Insieme all’incantesimo dei Testi delle Piramidi e all’iscrizione, anche la 10a ora del Libro dell’Amduat mostra Horus mentre aiuta le anime annegate nell’acqua a raggiungere la riva, prevenendone la putrefazione e garantendone un’appropriata sepoltura, evento che pure si trova nell’incantesimo PT 357 §587-589, laddove Horus agisce per suo padre Osiride.

Ancora, nel Papiro Salt 825 è conservato il Rituale per la fine delle operazioni di mummificazione, e si riporta che, al momento della morte, Osiride si trovava in t3 wr, ovvero la “Terra Grande”, riferimento all’area in cui Abydos è collocata. Quando Seth attacca Osiride, questi si trova in Nedit, località di Abydos, sotto un albero-‛r (giunco) il diciassettesimo giorno del primo mese dell’inondazione (Akhet). Dopo la morte di Osiride, il dio Nun copre il cadavere e lo nasconde, gli dei piangono e il mondo finisce nel caos, dove il sole viene oscurato, i fiumi non sono più navigabili e i punti cardinali non sono più al loro posto.

Possiamo affermare che nella tradizione classica egiziana, riportata anche dalla Teologia Menfita: (1) Seth uccide Osiride utilizzando un’arma o gettandolo nel Nilo; (2) il cadavere di Osiride non lascia mai l’Egitto; (3) Iside viene aiutata da Nephthys nella ricerca dell’amato defunto. L’unico punto che combacia con la tradizione plutarchea è (3) il fatto che Nephthys aiuta Iside in questa sua ricerca. Né (1) né (2) corrispondono poiché Plutarco ci dice che Osiride viene chiuso in “un’arca” e che questa raggiunge Byblos.

(fig. 3) Antinoo, busto in marmo dalla collina del Gianicolo (metà II sec. d.C.), The British Museum, inv. n. 1805,0703.97, reproduced by Creative Commons Attribution-NonCommercial-ShareAlike 4.0 International (CC BY-NC-SA 4.0) license, © The Trustees of the British Museum

La morte mitica di Osiride trova una elaborazione sia nel rituale funerario dell’antico Egitto sia nel festival del mese di Khoiak, mese nel quale il Nilo si ritirava e le messi iniziavano a crescere. Nel mondo romano essa si commemorava ogni anno durante il festival dell’Inventio Osiridis, dal 28 ottobre al 3 novembre. All’epoca dell’imperatore Adriano questo festival veniva ancora celebrato. Sembra che sia proprio nell’ambito di questa occorrenza che il giovane bitino Antinoo, favorito dell’imperatore (fig. 3), abbia perso la vita annegato nel Nilo: “[…] Contro ogni regola, Antinoo aveva lasciato la nostra imbarcazione senza precisare la meta e la durata della sua assenza: e, dal momento della sua uscita, erano trascorse almeno due ore. Cabria ricordò strane frasi pronunciate la sera innanzi, una raccomandazione della stessa mattina, che mi riguardava, e mi comunicò i suoi timori. Ci affrettammo a scendere sulla riva. Il vecchio pedagogo si diresse d’istinto verso una cappella situata sulla sponda, piccolo edificio isolato che faceva parte delle dipendenze del tempio, e che Antinoo e lui avevano visitato insieme. Su un tavolo da offerte, c’erano le ceneri di un sacrificio, ancora tiepide. Cabra vi immerse le dita e ne trasse, quasi intatto, un ricciolo di capelli recisi. Non ci restava che esplorare le rive. Una serie di caverne, che in altri tempi avevano dovuto servire a cerimonie sacre, comunicavano con un’ansa del fiume: sulla sponda dell’ultima di esse, nel crepuscolo che scendeva rapido, Cabria scorse un abito ripiegato e un paio di sandali. Scesi quei gradini sdrucciolevoli: era disteso sul fondo, già affondato nella melma del fiume. Con l’aiuto di Cabria, riuscii a sollevare quel corpo che improvvisamente era diventato pesante come la pietra. […] Due giorni dopo, Ermogene riuscì a farmi pensare alle esequie. I riti di sacrificio di cui Antinoo aveva voluto circondar la sua fine c’indicavano una sola via da seguire: non era certo un caso se l’ora e il giorno di quella morte coincidevano con quelli in cui Osiris scende nella tomba” (M. Yourcenar, Memorie di Adriano, Einaudi 2002, pp. 186-187).

Yourcenar nella sua magistrale narrazione ci presenta Antinoo come colui che si sacrifica per il bene dell’Impero: un sacrificio, un dono agli dèi per la prosperità di Roma e del suo imperatore (Dione Cassio, LXIX, 11 – Elio Sparziano, XIV, 7).

Quali che siano state le reali circostanze della morte del giovane bitino (suicida/auto-sacrificio? gettato nel Nilo da un entourage invidioso? sacrificato personalmente da Adriano per la magia necessaria al benessere dello Stato?), è chiaro che Adriano ha voluto osirificare Antinoo facendo combaciare le circostanze della morte del fanciullo con la ricorrenza della morte di Osiride (fig. 4). A noi, arriva la bellezza mitizzata di un fanciullo assimilato ad Osiride nella morte, in una rinascita che attraversa i secoli con le magnifiche sculture che ci raccontano la divinizzazione di Antinoo come Antinoosiride.

Antinoo come Osiride, Musée du Louvre, https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Antinous_Osiris_Louvre_2.jpg
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Laureata in Archeologia Orientale presso l’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” con una tesi in Archeologia Egiziana dal titolo “Iside nei testi funerari e nelle tombe del Nuovo Regno: iconografia e ruolo della dea tra la XVIII e la XIX dinastia”, ha conseguito un master di primo livello in “Egittologia. Metodologie di ricerca e nuove tecnologie” presso la medesima Università. Durante il master ha sostenuto uno stage presso il Museo Egizio de Il Cairo per studiare i vasi canopi nel Nuovo Regno. Ha partecipato a diversi scavi archeologici, tra i quali Pompei (scavi UniOr – Casa del Granduca Michele, progetto Pompeii Regio VI) e Cuma (scavi UniOr – progetto Kyme III). Inoltre, ha preso parte al progetto Research Ethiopic language project: “Per un nuovo lessico dei testi etiopici”, finanziato dall’Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente e dal
progetto PRIN 2005 “Catene di trasmissione linguistica e culturale nell’Oriente Cristiano e filologia critico testuale. Le problematiche dei testi etiopici: testi aksumiti, testi sull’età aksumita, testi agiografici di traduzione”. Ha preso parte ad un progetto educativo rivolto ai bambini della scuola primaria per far conoscere, attraverso sperimentazioni laboratoriali, gli usi e i costumi dell’antico Egitto e dell’antica Roma.
Organizza e partecipa regolarmente a diverse attività di divulgazione.

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