LA PIETRA DI PALERMO

Uno dei più noti reperti egizi al centro di un progetto internazionale al Museo Archeologico Regionale “Antonino Salinas” di Palermo 

 

Dettaglio della Pietra di Palermo. Si vedono i cartigli del faraone Snefru, padre di Cheope. Ph/Paolo Bondielli

Il Museo Archeologico Regionale “Antonino Salinas” di Palermo è stato oggetto in questi ultimi anni di un sapiente rinnovamento che è tutt’ora in corso. Non solo ha ripensato il progetto scientifico espositivo per ridare alle preziose collezione che custodisce una nuova fruibilità, ma ha prodotto un intelligente approccio comunicativo che ha permesso di creare curiosità e interesse ancor prima che fosse riaperto al pubblico, continuando ancora oggi il suo percorso di visibilità che crea comunità, aggregazione e cultura del bello.

Ma anche la ricerca scientifica è importante perché consente di dare a ciascun reperto una nuova vita mettendolo in relazione con il resto della collezione, con il territorio e più in generale con la storia dell’uomo. Ed è con grande piacere che ho appreso che il “Salinas” è al centro di un progetto dal respiro internazionale, che vede coinvolta l’Università Carlo IV di Praga e la University College di Londra, coordinato dall’egittologo Massimiliano Nuzzolo.

Un egittologo al “Salinas”? Ebbene si! Il museo palermitano custodisce uno dei più importanti reperti che ci siano pervenuti dall’antico Egitto, vecchio di circa 4400 anni e contenente una serie di informazioni preziosissime relative ai primi secoli di sviluppo della civiltà egizia, conosciuto appunto come la Pietra di Palermo, oggetto dello studio multidisciplinare diretto dall’egittologo italiano che a breve incontreremo.

Con la direttrice del museo, Francesca Spatafora, vogliamo fare alcune riflessioni.

Francesca Spatafora, direttrice del Museo Archeologico Regionale “Antonino Salinas” di Palermo

Alcuni reperti entrano a far parte delle collezioni museali in modo del tutto casuale, specie quando si tratta di donazioni fatte da privati che intendono così rendere fruibile anche ai propri concittadini oggetti dal grande valore storico culturale, di solito frutto del commercio antiquario Ottocentesco privo di ogni regola. Ricordo ancora, ad esempio, delle antefisse provenienti da Capua presenti presso il Museo Egizio del Cairo che fotografai per un lavoro di catalogazione.

Quali sono le responsabilità che avverte un museo che accoglie un reperto fortemente decontestualizzato, come ad esempio la Pietra di Palermo, alla luce anche di un dialogo con le collezioni già esistenti e tenendo conto che l’autoreferenzialità del reperto stesso può non essere sufficiente ad una sua corretta fruizione?

FS: Esporre un’opera o un reperto al di fuori del suo contesto di riferimento non è operazione semplice. Nel nostro caso, tuttavia, il Museo di Palermo si è formato, in origine, attraverso l’acquisizione di “collezioni”, eterogenee per formazione e per composizione;  nel nuovo allestimento e nel rinnovato percorso scientifico, dunque,  abbiamo voluto dare un peso importante a questa  modalità di formazione che, tra l’altro,  ci parla di  un particolare momento storico, quello in cui nasce e si accresce l’amore per l’arte e per le antichità, in cui si sviluppa l’idea del “collezionismo”, in cui germogliano quei valori patriottici che porteranno all’Unità d’Italia e che spinsero tanti illustri personaggi a donare al nascente Museo “Nazionale” intere raccolte e opere anche di grande importanza.

Seppure decontestualizzata, dunque, la Pietra di Palermo racconta una sua storia strettamente legata ai primi decenni di vita del nostro Museo ma, oltre a ciò,  è documento di straordinaria importanza per la ricostruzione della vita dell’antico Egitto e delle Dinastie dell’Antico Regno, poiché racconta le vicende di una delle più antiche culture mediterranee in un luogo, il nostro Museo, dove si incrociano tante delle civiltà che, a partire dall’antichità, si svilupparono intorno a quel mare.

La sala del museo “Salinas” che un tempo era il refettorio dei Padri Filippini, inondata dalla luce naturale del sole. ph/Paolo Bondielli

Valorizzazione; tutela; esposizione; indagine scientifica. Parole che sono spesso al centro di dibattiti accesi tra gli studiosi al punto che ai non addetti ai lavori sembrano essere in contrapposizione tra loro. Il Museo Salinas di Palermo dà invece un messaggio molto chiaro fin dall’inizio. Anzi possiamo dire che il Museo che lei dirige ha cominciato a valorizzare sé stesso e le proprie collezioni a porte ancora chiuse con un’efficace campagna di valorizzazione, mentre oltre quelle porte una vincente sinergia tra tutela e restauro, indagine scientifica e progetti espositivi ha consentito la riapertura di questo gioiello palermitano.

Quanto sono importanti per un’istituzione museale la sinergia di cui sopra e l’interdisciplinarità per valorizzare adeguatamente il patrimonio culturale che custodisce?

FS: Invertirei la sequenza: ricerca, tutela, valorizzazione e comunicazione sono le tappe fondamentali di un percorso unitario che parte dalla conoscenza, passa attraverso la tutela di ciò che si è conosciuto grazie alla ricerca, per arrivare alla valorizzazione e comunicazione di un patrimonio che, se non condiviso con le giuste modalità e forme, rischia di non esistere per la comunità.

In questo senso la valorizzazione e la comunicazione acquistano una rilevanza, direi, etica all’interno di questo percorso perché permettono di estendere a quante più persone possibili le nostre conoscenze favorendo quel processo di democratizzazione della cultura necessario per dare all’uomo strumenti e consapevolezza adeguati a discernere e valutare.

E’ nostro compito, quindi, favorire quanto più possibile lo studio delle nostre collezioni in modo da poterle esporre e valorizzare adeguatamente , comunicando all’esterno, con tutti i mezzi disponibili, non solo il valore intrinseco delle opere ma il loro significato più profondo, le tante storie che ciascuna opera racconta.

La sala del Museo “Salinas” dov’è esposta la Pietra di Palermo. Ph/Paolo Bondielli

E adesso spostiamo la nostra attenzione sul progetto scientifico vero e proprio incontrando Massimiliano Nuzzolo, uno dei maggiori esperti del periodo storico in questione

Innanzi tutto cos’è la Pietra di Palermo? Tutti conoscono la più nota Stele di Rosetta a cui viene erroneamente attribuito il merito di aver consentito a Champollion di decifrare la scrittura geroglifica, ma al di fuori di studiosi e appassionati questo preziosissimo reperto su cui sta indagando è poco noto.

MN: La Pietra di Palermo è un annale regale, ossia un’iscrizione che contiene i nomi dei faraoni e i principali eventi succedutisi nei loro regni, dagli inizi della storia egiziana fino alla metà della V dinastia. Oltre ai nomi dei sovrani dinastici la prima riga contiene persino i nomi dei presunti, e in parte probabilmente mitici, sovrani pre-dinastici, ossia quei sovrani che avevano regnato solo su una delle due metà del paese prima della sua unificazione in un sol regno avvenuta verso il 3200 a.C. La pietra ha dunque un’importanza storica eccezionale ed è una fonte insostituibile di notizie, considerando che non abbiamo altri documenti ufficiali cosi completi per questa fase della storia egizia, ossia il cosiddetto periodo proto-dinastico e dell’Antico Regno (fine IV millennio a.C. – III millennio a.C.).

Ci descriva questo reperto, le sue fattezze e le sue caratteristiche principali.

Massimiliano Nuzzolo e Kathryn Piquette a lavoro sulla Pietra di Palermo. Ph/Sandro Garrubbo

MN: La pietra è fatta di basalto olivinico ed è un frammento di dimensioni abbastanza ridotte (circa 43 cm di altezza x 30 di larghezza x 6,5 cm di spessore) iscritto in geroglifico sui due lati e diviso in svariati registri che corrispondono ai singoli anni di regno di uno o più sovrani. Talvolta la divisione per anni è sostituita da una suddivisione basata sulla “conta del bestiame”, una specie di censimento che si ripeteva a scadenza biennale nell’intero Paese. La pietra tuttavia non è l’unico pezzo di questo annale regale dal momento che essa faceva parte di un’iscrizione molto più grande, a cui appartengono probabilmente altri 6 frammenti, 5 attualmente conservati al museo egizio del Cairo e uno al Petrie Museum di Londra. Tuttavia, dei 7 frammenti conservati, la Pietra di Palermo è quello più grande e certamente quello coi segni geroglifici meglio conservati, sui quali si basa la stragrande maggioranza delle informazioni storiche che ricaviamo sul periodo. Infatti, gli altri frammenti, specialmente quelli del Cairo, non sono solo molto più piccoli di dimensioni, ma hanno avuto anche una storia conservativa diversa da quella della Pietra di Palermo, tanto che uno di essi fu persino riutilizzato come soglia di un edificio e risulta ad oggi quasi del tutto illeggibile.

In che modo la Pietra è giunta a Palermo e, soprattutto, come è entrata a far parte della collezione del Museo Salinas?

MN: Nel 1877, un collezionista d’arte e nobile palermitano, noto anche per le sue posizioni patriottiche, Ferdinando Gaudiano, la dona all’allora direttore del museo archeologico nazionale, Antonino Salinas. E’ tuttavia del tutto ignoto come e quando il Gaudiano abbia acquisito l’oggetto, e non è da escludere che in realtà lui lo avesse ereditato dal padre, per donarlo infine al nascente museo archeologico nel pieno spirito patriottico e di formazione del senso civico e culturale comune, che caratterizza i primi anni della storia della Sicilia (e più in generale Italiana) post-unitaria. Va però precisato che negli anni subito a ridosso dell’unità d’Italia molti carichi mercantili arrivano in Sicilia proprio da Alessandria d’Egitto, per cui non è nemmeno da escludere che l’oggetto possa essere arrivato proprio in quegli anni. Qualsiasi sia la data di arrivo a Palermo, la provenienza dell’oggetto resta comunque del tutto sconosciuta, e questo non solo complica la ricostruzione dell’aspetto originale del manufatto, ma rende ancor più difficile darne una datazione precisa ed affidabile sulla sola base dei documenti d’archivio.

Massimiliano Nuzzolo e Kathryn Piquette a lavoro sulla Pietra di Palermo. Ph/Sandro Garrubbo

Che tipo di ricerche state dunque facendo sulla Pietra?

MN: La pietra è stato oggetto di vari studi in passato, a partire dal 1899 quando lo studioso tedesco Heinrich Schäfer ne ha curato la prima trascrizione e traduzione, includendo fra l’altro nella sua opera anche una prima riproduzione fotografica del manufatto. L’ultimo studio che ha considerato i vari frammenti tutti insieme risale invece al 2000, ad opera dello studioso britannico Toby Wilkinson. Ciò nonostante, la lettura del Verso della pietra risulta a tutt’oggi alquanto complessa e lacunosa dal momento che il Verso è particolarmente danneggiato (del tutto abraso in alcuni punti) e dunque non sempre leggibile con luci normali, e tanto meno ad occhio nudo. Anche nelle varie traduzioni fatte finora molte delle informazioni storiche registrate sul Verso (principalmente i regni della V dinastia) restano dunque avvolte nel mistero. Inoltre, non esiste ad oggi uno studio che includa, per tutti i frammenti, non solo un’analisi storica e filologica del testo scritto, ma anche una loro riproduzione fotografica e tridimensionale, nonché un’analisi geologica e/o petrografica dei frammenti, che sola potrebbe chiarire la loro appartenenza, in antico, ad un unico manufatto. Questo, per esempio, è stato messo in discussione in passato varie volte, e si è avuto persino qualche studioso che ha dubitato dell’autenticità stessa della Pietra di Palermo. Per chiarire tutti questi dubbi, con un’equipe di altri studiosi dell’Università Carlo IV di Praga e della University College di Londra, ho ideato un progetto che consiste nelle analisi di tutti i frammenti con le più moderne tecniche fotografiche nonché un’analisi al microscopio elettronico che potrà quanto meno chiarire le caratteristiche materiali dei vari frammenti e la loro appartenenza ad un unico oggetto. In particolar modo, per facilitare la lettura del “verso” della Pietra di Palermo abbiamo applicato al manufatto una nuova tecnologia di analisi fotografica chiamata “Reflectance Transformation Imaginig” (RTI).

Ci può spiegare meglio di cosa si tratta?

MN: Si tratta di una tecnologia utilizzata da poco in ambito archeologico ed assolutamente rivoluzionaria che permette di avere una visione dei manufatti analizzati assolutamente impensabile qualche anno fa. La tecnica, in breve, consiste nello scattare un numero molto elevato di fotografie, ad altissima risoluzione, di uno stesso oggetto senza variare la posizione della macchina fotografica ma variando la fonte della luce e le sue diverse angolature. In tal modo, il software su cui è basato l’RTI potrà ricomporre in ambiente virtuale l’oggetto fotografato e permetterne una visione implementata tramite il movimento delle diverse fonti di luce che a seconda della loro angolatura ci daranno una visione di dettaglio (radente) di una specifica parte dell’oggetto investigato. Tutto ciò permette, in ultima istanza, di apprezzare la visione di un manufatto a 360° e di vederne dettagli prima di adesso impensabili. Nell’ambito della nostra Pietra di Palermo, la nuova tecnologia ci ha permesso finalmente di vedere tutte le iscrizioni geroglifiche riportate su di essa, e particolarmente sul Verso, svelando gli ultimi segreti legati a quella parti dell’iscrizione che prima non erano del tutto visibili e comprensibili. Infine, e questa è una cosa degli ultimissimi giorni, grazie all’expertise della collega Kathryn Piquette, uno dei membri del progetto, abbiamo avuto l’occasione di analizzare la pietra al microscopio (Dino-Lite USB) e questo ci ha dato la conferma sulle caratteristiche materiali del manufatto, che non è diorite anfibolica, come si è sempre scritto, ma basalto olivinico, la stessa composizione del frammento conservato al Petrie Museum di Londra.

I frammenti individuati e messi in relazione tra loro appartengono dunque con certezza alla stessa iscrizione e quindi alla medesima stele?

MN: Io penso proprio di si, ma per questo mi servirà più tempo sia per svolgere delle analisi al microscopio anche sui frammenti del Cairo, e compararli dunque con quelli palermitani e londinesi, sia per terminare un’analisi paleografica completa di tutti i frammenti. Quest’ultimo tipo di analisi, a mio avviso, forse anche più di quelle petrografiche, potrà darci la conferma (o smentita) finale della natura unitaria del corpus in considerazione. Per il momento posso solo anticiparle che sono in partenza per l’Egitto, dove nelle prossime settimane porteremo avanti una campagna globale di analisi sui frammenti del Cairo, che includerà sia un’analisi al microscopio che una campagna fotografica tramite RTI dei frammenti stessi.  

Kathryn Piquette al lavoro sulla Pietra di Palermo. Ph/Sandro Garrubbo

Un’ultima domanda: qual è dunque il significato ultimo della Pietra, e in che periodo viene eseguita?

MN: Come le ho anticipato prima, dei 7 frammenti conservati la Pietra di Palermo è quello più grande e certamente quello coi segni geroglifici meglio conservati, sui quali si basa la stragrande maggioranza delle informazioni storiche che ricaviamo sul periodo. Dunque, seppur si venisse a dimostrare che i 7 frammenti finora noti non appartengono ad un unico corpus, resta il fatto che la Pietra di Palermo non può riportare episodi storici posteriori alla V dinastia, dal momento che sull’ultima riga leggibile del “Recto” vi è inciso il nome di Snefru, primo sovrano della IV dinastia, mentre sulla prima riga leggibile del “Verso” vi è quello di Shepseskaf, ultimo sovrano della IV dinastia. Secondo una serie di calcoli, basati sulle date di regno dei sovrani della IV e V dinastia che si conoscono, seppur in maniera incompleta, da altre fonti archeologiche, non è possibile dunque che la pietra vada oltre la V dinastia, periodo a cui a mio giudizio va ricondotta la sua stesura.

Questa stesura ha probabilmente un motivo molto semplice: “legittimazione politica e culturale” di uno dei sovrani della V dinastia, o forse persino di un’intera casa regnante. Sappiamo bene che la V dinastia è caratterizzata da numerosi passaggi di potere e successioni al trono poco chiare. Il fondatore della dinastia, Userkaf, non sembra aver alcun legame colla dinastia precedente; altri sovrani pure sembrano ascesi al trono in condizioni poco chiare. Fra questi sicuramente vi era Niuserra, sesto sovrano della V dinastia, che doveva essere poco più che un bambino quando salì al trono, dopo un periodo turbolento.

La sua ascesa al potere è probabilmente legata alla figura della madre, la regina Khentkaus II, la cui piramide affianca, nella parte centrale della necropoli di Abusir, quella del re Neferirkara, padre di Niuserra e ultimo sovrano menzionato nella Pietra di Palermo. Non è dunque da escludere che, ad un certo punto del suo regno, Niuserra abbia voluto consolidare le sue pretese dinastiche con un’operazione di legittimazione storico-politica, ossia facendo mettere per iscritto la storia delle dinastie precedenti, di cui lui, in ultima istanza, si considerava l’unico legittimo erede agli occhi degli dei.

E’ dunque fondamentale continuare le indagini in tal senso?

MN: Si, certamente. La Pietra non smette mai di stupire e sono sicuro che, nei prossimi mesi, l’applicazione delle moderne tecnologie a tutti gli altri frammenti, ci riserverà ulteriori sorprese.

Il team che sta lavorando a questo progetto si recherà prima in Egitto e poi in Inghilterra, dove potranno portare a termine gli studi su questi preziosi reperti e raccontarci finalmente la storia finale sulla Pietra di Palermo e formulare e ipotesi più plausibili laddove non ci sarà la certezza dei dati.

La promessa è di ritrovarci tra un po’ e MediterraneoAntico sarà pronto a pubblicare tutti i dati che l’intero progetto ha messo in luce, in accordo con il team e la direzione del Museo “Salinas”, che ringraziamo per la gentile attenzione che ci ha rivolto.

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Paolo Bondielli

Storico, studioso della Civiltà Egizia e del Vicino Oriente Antico da molti anni. Durante le sue ricerche ha realizzato una notevole biblioteca personale, che ha messo a disposizione di appassionati, studiosi e studenti. E’ autore e coautore di saggi storici e per Ananke ha pubblicato “Tutankhamon. Immagini e Testi dall’Ultima Dimora”; “La Stele di Rosetta e il Decreto di Menfi”; “Ramesse II e gli Hittiti. La Battaglia di Qadesh, il Trattato di pace e i matrimoni interdinastici”.

E’ socio fondatore e membro del Consiglio di Amministrazione dell’Associazione Egittologia.net. Ha ideato e dirige in qualità di Direttore Editoriale, il magazine online “MA – MediterraneoAntico”, che raccoglie articoli sull’antico Egitto e sull’archeologia del Mediterraneo. Ha ideato e dirige un progetto che prevede la pubblicazione integrale di alcuni templi dell’antico Egitto. Attualmente, dopo aver effettuato rilevazioni in loco, sta lavorando a una pubblicazione relativa Tempio di Dendera.

E’ membro effettivo del “Min Project”, lo scavo della Missione Archeologica Canario-Toscana presso la Valle dei Nobili a Sheik abd el-Gurna, West Bank, Luxor. Compie regolarmente viaggi in Egitto, sia per svolgere ricerche personali, sia per accompagnare gruppi di persone interessate a tour archeologici, che prevedono la visita di siti di grande interesse storico, ma generalmente trascurati dai grandi tour operator. Svolge regolarmente attività di divulgazione presso circoli culturali e scuole di ogni ordine e grado, proponendo conferenze arricchite da un corposo materiale fotografico, frutto di un’intensa attività di fotografo che si è svolta in Egitto e presso i maggiori musei d’Europa.

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