I relatori. Ph/Alfonso Maria Salsano

Si è svolta da giovedì 15 a domenica 18 novembre 2018 la XXI Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum. Quattro giornate dal respiro internazionale in gran parte ambientate – novità assoluta di quest’anno – nella splendida location del Centro Espositivo del Savoy Hotel, ma sempre con protagonisti indiscussi – e non potrebbe essere altrimenti – il Parco Archeologico e il Museo, sedi di numerosi eventi ed iniziative assieme alla Basilica paleocristiana, che avevamo già imparato a conoscere durante le scorse edizioni della fiera.

Una manifestazione, quella di Paestum, che come di consueto ha offerto ai numerosi visitatori accorsi un programma vasto e variegato, in cui la disciplina archeologica viene affrontata nelle sue mille sfaccettature e nei suoi innumerevoli intrecci con le altre branche del sapere.

E proprio un felice connubio tra archeologia e nuove tecnologie è stato uno dei temi centrali della prima giornata della Borsa. “Progetto Archeosub: il sogno dell’internet sottomarino”: questo il titolo della conferenza, moderata dal giornalista Marco Merola, durante la quale, con i progetti “ARCHEOSUb” e “MUSAS”, sono state mostrate al pubblico le nuove frontiere dell’archeologia subacquea, rese possibili grazie all’utilizzo di tecnologie super innovative che offriranno (e offrono già!) possibilità di studio e di visita dei contesti sottomarini impensabili fino a non molto tempo fa.

Ph/Progetto ARCHEOSUb

Partiamo da un dato oggettivo: i 2/3 della superficie del nostro pianeta sono ricoperti di acqua e, fin da tempi remoti, il mare ha costituito una risorsa fondamentale per l’umanità, offrendole cibo e permettendole di spostarsi con facilità, collegando civiltà talvolta anche molto lontane… Naturalmente si tratta di soltanto due dei tanti esempi possibili, di certo riduttivi ma già di per sé bastanti a far riflettere su una cosa: nella ricostruzione del passato, bisogna assolutamente tener conto anche dei dati offerti dall’archeologia subacquea. Ma ecco il problema: quello sottomarino è un mondo tanto affascinante quanto difficile da raggiungere e studiare, per una serie di limiti intrinsechi ed estrinsechi che rallentano o impediscono di molto il lavoro. Innanzitutto, molte delle tecnologie del mondo terrestre non sono valide in questi ambienti: le tecnologie radio che ci permettono di comunicare e quelle del remote sensing satellitare che ci hanno permesso di scoprire pianeti lontani come Marte, ad esempio, sott’acqua non funzionano. Fino ad oggi, inoltre, sono stati utilizzati dispositivi prevalentemente con cavi che non consentono grande libertà di azione, e si sono potute esplorare solo basse profondità, mentre, per scendere di varie centinaia di metri, si è fatto uso di tecnologie di robotica marina molto molto costose e perciò usate solo da selezionatissimi gruppi in tutto il mondo. Infine, se a ciò aggiungiamo la necessità, a causa dell’assenza di una rete condivisa, di salire e risalire svariate volte in superficie nel corso di un’unica operazione (immersioni yo-yo), e le tappe di decompressione che una qualsiasi immersione comporta, ci rendiamo conto che si tratta di un processo alquanto lento se confrontato con la mole di lavoro da fare.

E se vi dicessimo che è in corso una vera e propria rivoluzione che cambierà e sta già cambiando il nostro modo di avvicinarci al mondo subacqueo e che tale rivoluzione prevede, sott’acqua, l’uso di sensori connessi a internet? Ci credereste o prendereste spunto per farne un buon romanzo di fantascienza?

E se vi assicurassimo che fantascienza non è e a ciò aggiungessimo che gli archeologi avranno anche la possibilità di immergersi con dei tablet su cui potranno utilizzare un’app di messaggistica simile a WhatsApp? Quanto sareste felicemente sconvolti?

Già, è tutto vero! E artefice di questo cambiamento epocale è ARCHEOSUb, un progetto europeo finanziato dall’EASME (Agenzia Esecutiva per le Piccole e Medie Imprese), ma che riguarda in realtà strettamente l’Italia, in particolare l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e l’Università degli Studi di Firenze con i rispettivi spin-off WSense e MDM.

A Paestum, nel corso della conferenza, ne ha parlato, mostrandolo con chiarezza anche ai non ingegneri, la prof.ssa Chiara Petrioli, docente presso il Dipartimento di Informatica de “La Sapienza”, coordinatrice di ARCHEOSUb e Director R&D di WSense.

Ph/Progetto ARCHEOSUb

Ma entriamo più nel dettaglio. La creazione da parte del team di WSense di una rete internet sottomarina è stata possibile sfruttando soprattutto le onde acustiche, da milioni di anni usate dai mammiferi marini per comunicare. In sostanza, all’interno di questo progetto sono state sviluppate delle tecnologie che, in tempo reale, permettono la comunicazione e lo scambio di informazioni multimediali, ad esempio foto appena scattate, tra “divers” (cioè tra sub), tra diver e dispositivi di sensoristica robotica, tra diver/dispositivi e mondo esterno, senza dover tornare in superficie.

Ma quali sono i componenti di questo sistema wireless?

Sensori sottomarini, “nodi”, in grado di connettersi alla rete, di misurare vari parametri relativi alla qualità dell’acqua, e che insieme ad altri dispositivi permettono la localizzazione in ambito sottomarino (sistema di underwater GPS), svolgendo dunque un ruolo funzionale alla navigazione dei robot; tali nodi sono altresì dotati di una videocamera, con cui possono diventare anche parte di un sistema di sorveglianza.

Poi, tablet sottomarini con cui i divers possono immergersi e che, tramite un nodo integrato, si connettono alla rete di cui fanno parte anche i nodi sensori. L’interazione in tempo reale può quindi avvenire tra qualsiasi elemento collegato alla rete, e il diver, come già anticipato, può anche “chattare” tramite una specie di “WhatsApp” sottomarino con i colleghi immersi e non.

In più, sviluppato dal team MDM di Firenze, il robot sottomarino Zeno, dotato di videocamere e di sonar ad alta precisione, anch’esso in grado di scambiare informazioni in tempo reale e, localizzato dai sensori di cui abbiamo appena parlato, controllabile senza l’utilizzo di cavi (non è ROV ma AUV); permette inoltre un veloce ricambio della batteria e tutte queste sue caratteristiche contribuiscono ad abbatterne notevolmente i costi.

Una boa, infine, fa sue sia la logica della rete sottomarina sia le tecnologie terrestri, consentendo di comunicare con la stazione di terra oppure con il team attivo sulla barca/sul gommone.

Ma anche i turisti saranno investiti da questa “ondata” di cambiamento: durante le visite subacquee, potranno tuffarsi in acqua con un tablet che, grazie alla georeferenziazione, è in grado di fornire contenuti multimediali specifici che variano a mano a mano che il sub si sposta all’interno del sito.

Ph/Progetto ARCHEOSUb

Tempi ridotti e operazioni velocizzate, costi bassi, maggiore sicurezza per gli operatori, possibilità di supportare gli archeologi nel momento della scoperta e della documentazione dei siti, di monitorarli con un sistema di sorveglianza sottomarina, di garantirne la conservazione controllando certi parametri e di facilitarne la valorizzazione: insomma, è questo il cambiamento epocale targato ARCHEOSUb.

Qualche esempio pratico di applicazione? Soltanto poche settimane fa queste nuove tecnologie sono state sperimentate in due tra i siti subacquei più famosi al mondo, Baia e Cesarea Marittima, e la prof.ssa Petrioli li ha presentati insieme ad altri due importanti ospiti.

La Dott.ssa Barbara Davidde dell’ISCR (Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro), per il quale dal 2011 dirige il Nucleo per gli Interventi di Archeologia Subacquea, ha parlato dei test che WSense ha effettuato nel Parco Archeologico di Baia tra il 23 e il 24 ottobre. Tali test sono stati condotti nell’ambito del progetto MUSAS-Musei di Archeologia Subacquea, di cui la Dott.ssa Davidde è coordinatrice, e hanno permesso il monitoraggio, tramite sensori interconnessi all’internet del mare, della quantità di CO2 disciolta in acqua, un dato che è importante tenere sotto controllo per prevenire il degrado delle strutture archeologiche. Dopo questo primo esperimento andato a buon fine, i sensori verranno presto lasciati definitivamente sott’acqua e permetteranno di valutare continuamente anche altri parametri, al fine di studiare l’impatto che l’ambiente sottomarino e l’attività vulcanica flegrea hanno sul sito. Oggetto dei test sono stati anche i tablet subacquei, che faciliteranno il lavoro degli studiosi e potranno presto essere utilizzati anche dai turisti per avere nuove esperienze di visita subacquea anche attraverso la realtà virtuale aumentata.

Test analoghi sono stati effettuati a fine settembre anche presso l’antico porto di Cesarea, in Israele, e durante la conferenza ne ha parlato il Dott. Koby Sharvit, Direttore della Marine Archaeology Unit dell’Israel Antiquities Authority. Pur essendo uno dei siti subacquei più scavati al mondo, Cesarea Marittima continua a sorprendere: per citare solo un esempio, nel 2016, dopo una tempesta che sollevò metri di sabbia, furono scoperti i resti di un relitto su cui vennero trovati 30 kg di monete in bronzo e argento. Resta dunque ancora vivo l’interesse degli archeologi, che, grazie alle nuove tecnologie subacquee, potranno rilevare nuove evidenze, realizzare una mappatura precisa dell’area e probabilmente dare una nuova interpretazione ad un sito di cui si conosce ancora poco. Contemporaneamente, si punta anche in questo caso a creare nuovi itinerari subacquei per visitatori muniti di tablet.

Ph/Progetto ARCHEOSUb

E siamo soltanto all’inizio di questa straordinaria rivoluzione made in Italy che presto investirà, con innumerevoli vantaggi, anche altri settori dell’economia blu (acquacoltura, sorveglianza ambientale dei mari e coste, estrazione petrolifera…).

A questo punto cresce la curiosità di scoprire quali saranno i prossimi limiti che saremo in grado di valicare…

Di una cosa siamo convinti: ci troviamo davvero all’inizio di una nuova era…e il mare non è mai stato così a portata di mano. Anzi, di tablet.

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