Il mondo che non c’era arriva a Napoli

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Dal 16 giugno al 30 ottobre 2017 al Museo Archeologico la mostra che racconta la vita, i costumi e le culture Centro-Sudamericane prima di Colombo, attraverso 200 reperti archeologici e opere d’arte

Napoli “ha scoperto” l’America. Grazie alla mostra “Il mondo che non c’era” il Museo Archeologico Nazionale partenopeo accende i riflettori sulla vita, sui costumi e sulle culture Centro-Sudamericane prima di Colombo, raccontati da circa 200 oggetti, tra reperti archeologici e autentiche opere d’arte.

Promossa dalla Fondazione Giancarlo Ligabue di Venezia con il sostegno del Comune di Napoli, main sponsor Ligabue Group, la mostra presenta un nucleo scelto di opere delle antiche culture Americane della vasta Collezione Ligabue. Presentata in anteprima alla stampa il 15 giungo, la mostra “Il mondo che non c’era” giunge a Napoli dopo il grande successo ottenuto a Firenze e Rovereto e sarà visitabile al Museo Archeologico dal 16 giugno al 30 ottobre 2017.

La straordinaria esposizione è dedicata alle tante e diverse civiltà precolombiane che avevano prosperato per migliaia di anni nell’America centrale e meridionale, parallelamente a quelle mediterranee e mediorientali, prima che le esplorazioni del XV e XVI secolo facessero conoscere in Europa il “nuovo mondo”. Il grande esploratore Amerigo Vespucci fu il primo a comprendere che le terre incontrate da Cristoforo Colombo nel 1492 non erano isole indiane al largo del Cipango (Giappone) e neppure le ricercate porte dell’Eden, ma un “Mundus Novus”, un nuovo continente che pochi anni dopo alcuni geografi che lavoravano a Saint-Denis des Voges vollero chiamare, in suo onore, “America”. La mostra, quindi, racconta le Ande (Colombia, Ecuador, Perù e Bolivia, fino a Cile e Argentina), dagli Olmechi ai Maya, dagli Aztechi ai Tairona; dalla cultura Chavin, a Tiahuanaco e Moche, fino agli Inca ma propone anche un insieme di capolavori (molti dei quali esposti al pubblico per la prima volta grazie a questo progetto) espressione delle grandi civiltà della cosiddetta Mesoamerica (gran parte del Messico, Guatemala, Belize, una parte dell’Honduras e del Salvador) e il territorio di Panama.

L’esposizione, ospitata in uno dei musei italiani più interessanti nel campo della ricerca archeologica e naturalistica, consente di scoprire attraverso quasi 200 opere d’arte le società, i miti, le divinità, i giochi, le scritture, le capacità tecniche e artistiche di quei popoli. Tra i tanti manufatti di cui in Italia si hanno pochissimi esempi, le maschere in pietra di Teotihucan, la più grande città della Mesoamerica, e un nucleo di vasi Maya d’epoca classica, preziosissime fonti d’informazione – con le loro decorazioni e iscrizioni – sulla civiltà e sulla scrittura Maya.

Il viaggio, affascinante, nel cuore delle civiltà Mesoamericane prende dunque il via dalle testimonianze delle cultura Tlalica e Olmeca (dal 1200 al 400 circa a.C.), con esempi di quelle figurine antropomorfe di ceramica cava provenienti da necropoli – per lo più rappresentazioni femminili, con un’evidente deformazione cranica, elaborate acconciature e il corpo appena abbozzato – che tanto affascinarono anche i pittori Diego Rivera, la moglie Frida Kahlo e diversi artisti surrealisti. La cultura Olmeca si diffuse attraverso tutta la Mesoamerica fino alla Costa Rica, compresa la regione di Guerrero (Xochipala) famosa per le statuine di donne nude, giocatori della palla, coppie o danzatori dai corpi modellati e realistici e, in genere, per la produzione lapidea (tra il 500 a.C e il 500 d.C.), che si svilupperà anche nella cosiddetta scultura Mezcala.

Tra il 300 a.C e il 250 d.C. l’Occidente del Messico si distinse per la realizzazione di tombe a pozzo collocate sotto le abitazioni. Il viatico funebre di queste tombe – formato da ceramiche a forma di granchio, cane, armadillo, rospo – è eccezionale e offre importanti informazioni sulla vita quotidiana e la religione. Tra le varie culture associate a questa regione, quella di Chupicuaro (il cui apogeo si situa tra il 400 e il 100 a.C.) è conosciuta per le statuette policrome di ceramica cava, delle quali sono in mostra alcuni notevoli esemplari, come la Grande Venere con la mani congiunte sul ventre, la testa deformata e gli occhi aperti a mandorla.
Quindi Teotihuacan: il primo vero centro urbano del Messico centrale, letteralmente “la città dove si fanno gli dei” e dove furono costruiti monumenti emblematici come la Piramide del Sole, quella della Luna e la Piramide del Serpente piumato. Leggendaria l’abilità dei tagliatori di pietra di Teotihuacan; l’arte lapidea appare molto stilizzata, persino geometrizzata e ha prodotto pezzi monumentali ma anche le famose ed inconsuete maschere di Teotihuacan, concepite secondo un modello standardizzato, con il volto a forma di un triangolo rovesciato, fronte e naso larghi, labbra spesse e sopracciglia marcate.
Della cultura Zapoteca – che si diffonde nel Centro del Messico nella regione di Oaxaca dal 500 a.C. al 700 d.C e vede il suo centro nella città di Monte Albàn – sono in mostra alcune delle famose urne cinerarie che appaiono dal 200 a.C al 200 d.C (II fase). Con la loro effige spesso antropomorfa, rappresentante un personaggio seduto con le gambe incrociate e le mani sulle ginocchia – probabilmente Cocijo, dio zapoteco della pioggia, del fulmine e del tuono – sono state trovate in differenti inumazioni; e resta da chiarire ancora la loro funzione.

Singolari anche le statuette realistiche in ceramica della cultura classica della Costa del Golfo (o cultura di Veracruz) decorate con bitume dopo la cottura,come anche le repliche in pietra di accessori del gioco cerimoniale della palla e le statue che rappresentano personaggi sorridenti o ridenti, davvero eccezionali nell’arte mesoamericana che frequentemente propone esseri impersonali e inespressivi.
A introdurre nella cultura e nelle società dei Maya, invece, sono i sacerdoti, le divinità, gli animali addomesticati come i tacchini, i nobili riccamente adornati negli abiti e con bellissimi gioielli (spettacolare la collana di giada esposta) raffigurati in piatti, sculture o stele. Ma sono soprattutto i bellissimi e preziosi vasi Maya d’epoca classica,riccamente decorati, che forniscono informazioni sulla società e sulla scrittura di questa civiltà. Le divinità dell’inframondo, i giocatori della palla, i signori- cervidi e signori-avvoltoi, il drago celeste, il dio K’awiil o giovani signori dai copricapo piumati sono i protagonisti che popolano il vasellame in mostra. Sono Azteche, invece, due sculture in pietra provenienti dal Messico una delle quali raffigurante Chicomecoatl (Sette Serpenti), la dea del mais, con il suo copricapo denominato amacalli o “casa di carta”, formato da un’armatura di canne ricoperta di carta e di corda e inquadrata da rosette di carta.

Il viaggio continua con le testimonianze dal Sud America: dalla spettacolare produzione delle prime ceramiche delle Veneri ecuadoriane di Valdivia, agli oggetti degli Inca; dal mondo dell’antico Chavin, dai tessuti e vasi della regione di Nazca, all’affascinante cultura Moche. Ma sarà l’oro – come quello dei Tairona (puro o in una lega con rame chiamata “tumbaga”) – a spingere nelle Ande spagnoli ed avventurieri alla ricerca dell’ “El Dorado”, uno dei grandi miti, vero motore della Conquista.

D’altra parte il destino di queste antiche e splendenti civiltà è tristemente noto. In pochi decenni dall’arrivo di Colombo (nessuno degli oggetti da lui riportati si è conservato) le culture degli Aztechi e degli Inca saranno annichilite con le armi e con la schiavitù e quella dei Taino praticamente annientata: già verso il 1530, secondo gli storici, non esisteva più un solo Taino vivente. Milioni di indios moriranno anche a causa delle malattie arrivate dal Vecchio Mondo. L’America, che aveva stupito e affascinato con i suoi “strani” indigeni, la natura così diversa e le sue meravigliose opere, in breve viene considerata solo per le tonnellate d’oro e d’argento che giungono sui galeoni in Europa. Dovranno passare almeno quattro secoli, prima che l’Europa prenda nuovamente coscienza della grandezza dell’arte dell’America antica e ancora oggi sfuggono molti aspetti delle culture precolombiane, di quella parte di umanità che, all’improvviso, nell’ottobre del 1492, comparve all’orizzonte dei navigatori in cerca delle Indie.

La mostra “Il mondo che non c’era” rende quindi giustizia alla memoria di quei popoli e di quelle civiltà centro-sudamemericane annientate dalla colonizzazione europea. Essa però vuole essere anche un omaggio alla figura di Giancarlo Ligabue (1931-2015) – paleontologo, studioso di archeologia e antropologia, esploratore, imprenditore illuminato, appassionato collezionista – da parte del figlio Inti che, con la “Fondazione Giancarlo Ligabue” da lui creata, continua l’impegno nell’attività culturale, nella ricerca scientifica e nella divulgazione sulla scia del Centro Studi e Ricerche fondato oltre 40 anni fa dal padre Giancarlo. Oltre infatti ad aver organizzato più di 130 spedizioni in tutti i continenti, partecipando personalmente agli scavi e alle esplorazioni – con ritrovamenti memorabili conservati ora nelle collezioni museali dei diversi paesi – Giancarlo Ligabue ha dato vita negli anni a un’importante collezione d’oggetti d’arte, provenienti da moltissime culture.

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