Colosseo, l’icona più celebre al mondo

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L’Anfiteatro Flavio, il monumento più visitato a livello mondiale ed emblema principale della storia romana, per la prima volta è oggetto di una rilevante mostra. Sino a domenica 11 marzo 2018, presso l’illustre sito, verrà offerta un’interessante e completa descrizione atta ad illustrare non soltanto gli eventi celebri connessi al monumeto, ma la sua intera storia e l’evoluzione nei secoli.

L’Amphiteatrum più grande al mondo fu edificato al centro di Roma durante l’epoca Flavia, dal 69 al 79 d.C.: dunque ebbe origine con Vespasiano, venne inaugurato dal figlio Tito nell’80 d.C. e ricevette modifiche postume (81–96 d.C.) con Domiziano. Ampio 527 metri di perimetro ed alto 52 metri in origine, era capace di ospitare ben settantatremila spettatori. Rispecchia pienamente lo stile architettonico della prima Età imperiale: la linea curva su pianta ovale con una concatenazione di archi e volte in rapporto strutturale; quattro ordini in opera quadrata di travertino, i cui primi tre costituiti da ottanta arcate con semicolonne dai capitelli tuscanici, ionici e corinzi rispettivamente nel primo, secondo e terzo ordine.

Patrimonio dell’umanità dell’UNESCO dal 1980, simbolo dell’Italia nel mondo, nonché membro delle Nuove Sette meraviglie del mondo, costituisce il monumento più imponente restituitoci dall’antica Roma. Sino al VI secolo fu adoperato per spettacoli pubblici, tra cui drammi ed in particolar modo le lotte dei gladiatori, per poi cadere in disuso e venir rifunzionalizzato nei secoli anche in qualità di cava di materiale. Il nome attuale di Colosseo si diffuse in seguito, nel periodo medievale, a causa della sua dimensione colossale (dal latino colosseum) o più verosimilmente in virtù della prossimità alla maestosa statua in bronzo di Nerone.

By Diliff (Own work) [CC BY-SA 2.5 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.5)], via Wikimedia Commons
Attualmente costituisce la maggiore attrattiva turistica della capitale con milioni di visitatori annui (6.400.000 nel 2016), sebbene abbia una stabilità precaria dovuta ad un preoccupante stato fessurativo ed oltre tremila lesioni, nonché un’inclinazione di 40 centimetri in seguito ad un cedimento della sottostante platea di fondazione. Tra le date da ricordare vi è l’anno 217 d.C. durante il quale avvenne un incendio che lo rese inagibile per cinque anni, ma anche i terremoti dell’847 d.C. e del 1349 che causarono rispettivamente la caduta delle gallerie fronte Celio ed il crollo della fortezza con conseguente abbandono da parte della famiglia Frangipane che vi risiedeva. Nonostante il peso del tempo e delle calamità subite, l’Anfiteatro è giunto sino a noi, restituendoci la magnificenza di un passato eroico.

Il progetto espositivo che lo riguarda è stato realizzato dalla  Soprintendenza Speciale per il Colosseo e l’area archeologica centrale di Roma in collaborazione con Electa, società appartenente al Gruppo Mondadori attiva nel campo editoriale e nell’ideazione di mostre. È stata così fornita una rassegna esaustiva ed aggiornata, corroborata dagli esiti degli ultimi scavi e studi effettuati, i quali mostrano come il monumento fosse attivo e colmo di cripte, botteghe, chiese, residenze aristocratiche ed umili presso le sue magnifiche arcate.

La mostra “Colosseo. Un’icona” ne narra la storia anche nei suoi aspetti meno noti: l’attività commerciale e religiosa dell’epoca medievale; il suo influsso su pittori ed architetti rinascimentali; gli scavi, le riscoperte archeologiche ed i restauri di fine Settecento; l’uso strumentale durante il fascismo in quanto simbolo di potere. Da luogo di martirio divenne sede della via Crucis a partire dal Cinquecento e meta del Grand Tour di intellettuali nel corso del Settecento. Progressivamente avvenne la cristianizzazione del sito, nonché il suo successivo utilizzo a fini ideologici e propagandistici durante il regime totalitario. Nel dopoguerra fu ideato il mito del Colosseo mediante film peplum e la cinematografia neorealista italiana; inoltre la pop art di Roma lo elevò ad icona e l’arte contemporanea lo raffigura attraverso dipinti, fotografie, video e performance ottenendo una risonanza a livello internazionale. Viene altresì enfatizzata la percezione del sito nella cultura visiva degli ultimi due secoli, nell’ambito della fumettistica, del cinema, dei videogiochi e delle sponsorizzazioni.

Curata da Rossella Rea, Serena Romano e Riccardo Santangeli Valenziani, la mostra è stata allestita da Handle-Art di Roma sulla base del progetto espositivo di Francesco Cellini e Maria Margarita Segarra Lagunes in collaborazione con Elisa Berti, Daniel Loddo e Stefano Martorelli, prevedendo una suddivisione cronologica in dodici settori. L’esposizione racchiude circa cento reperti, dipinti, disegni, ricostruzioni, foto e proiezioni cinematografiche. L’ingresso della mostra guida lo spettatore nell’area espositiva attraverso una successione di immagini che dal Novecento giunge alla realtà odierna: Quo vadis? del 1913, Vacanze romane, l’immancabile Il gladiatore, sino a Jeeg Robot del 2016. Un itinerario cinematografico curato da Giorgio Gosetti di Sturmeck, di Casa del Cinema di Roma, con le installazioni multimediali di CinemaNext. Il filmato Nuovo Cinema Colosseo concerne oltre trenta film e singolari riprese provenienti dell’archivio dell’Istituto Luce, i quali vengono proiettati sulle volte offrendo al pubblico incantevoli ricordi: La grande bellezza, To Rome with love, Spectre, Conformista, per terminare con una photogallery dei film selezionati e con il film-documento “Colosseo duemila” realizzato per Rai Teche da Silvana Palumbieri.

Si ricorre altresì all’esposizione di plastici, tra cui quello ligneo realizzato tra il 1790 ed il 1812 dall’ebanista Lucangeli, ove sono stati perfettamente riprodotti il prospetto esterno, le gallerie interne ed il portico colonnato. In scala 1:60, presenta sessanta settori in cinque fasce concentriche compiuti adoperando materiali differenti quali pioppo, faggio, stucco, piombo ed osso.

Le raffigurazioni dell’artista Hubert Robert ci consentono poi di ricostruire le tipologie d’uso del pianterreno al termine del XVIII secolo, mantenendo modalità tardomedievali: la suddivisione della galleria perimetrale mediante muri costituiti da materiale di recupero e portoni di legno, racchiudeva un arredamento minimale di cui ci permane un sarcofago antico.

Vi sono altresì il testo The Colosseum book, con suggestive associazioni di immagini e pagine letterarie interessanti e poco conosciute, nonché il catalogo contenente importanti contributi scientifici, ricerche e documentazioni su vari aspetti del sito, quali la fase cristiana, l’analisi antropologica e le ultime novità sugli scavi archeologici. Ambedue editi da Electa, mirano ad approfondire la storia dell’anfiteatro e ad enfatizzarne l’intramontabile prestigio.

Ai fini dell’esposizione preziose opere sono state ricevute in prestito dai Musei Vaticani, dalla Fondazione Laura Biagiotti, dalla Pinacoteca Civica di Palazzo Pinetti, dalla Galleria Christian Stein, dai Musei Capitolini e dal Museo di Roma, solo per citarne alcuni.

La mostra include ovviamente i resti scultorei ed i vari reperti esito della riscoperta archeologica del monumento avvenuta nel corso dell’Ottocento, avanzata dallo Stato Pontificio, dal Governo di Francia e dal Regno d’Italia. Le ricerche iniziali furono eseguite sul piano dell’arena, presso la struttura nella sua totalità e nella zona adiacente, restituendo l’architrave marmoreo dell’epigrafe inaugurale del Colosseo: l’iscrizione del prefetto romano Lampadius rievoca i restauri compiuti sul piano dell’arena, sul podio e le gradinate, i quali avevano subìto danni a causa del sisma del 443 d.C.. Con Pietro Rosa le indagini divengono più sistematiche, con scavi sotterranei sino al pavimento che hanno reperito molteplici elementi marmorei nella cavea: colonne e capitelli presso il portico sommitale, parapetti tipici dei vomitoria, ma anche gradini ed epigrafi. Al termine del secolo durante gli scavi esterni sui versanti labicano e colle Oppio fu ritrovata la scultura di Hestia in mostra.

Il rinvenimento di variegati materiali ha concesso la ricostruzione della vita quotidiana al proprio interno: reperti ceramici tipici da mensa hanno confermato l’esistenza di edifici residenziali; parti di scarto ed ossa di resti animali fanno presupporre l’adozione di taluni ambienti ad uso macelleria; le fuseruole per la lana sono indice di attività produttive svolte solitamente dalle donne nelle loro abitazioni; una considerevole raccolta numismatica mostra lo svolgimento di attività commerciali; un sigillo plumbeo di Urbano IV risalente al XIII secolo indica probabilmente un archivio aristocratico o ecclesiastico; una sezione di oggetti devozionali e medagliette testimonia la frequentazione del luogo a fini religiosi. Dall’XI secolo determinati settori dell’antico anfiteatro furono adibiti ad aree funzionali denominate cryptae e gli ambienti soggiacenti la cavea furono dotati di soppalchi lignei mutati in stalle e magazzini, tuttavia tali settori furono demoliti ed abbandonati nel corso del Trecento. Nel 1540 venne adibito anche ad ospedale, per opera della Confraternita.

Nel corso del Medioevo divenne protagonista di documenti visivi, quali i ritratti della capitale dove emerge con la sua imponenza ed i sigilli imperiali di Federico Barbarossa e Lodovico il Barbaro. Nel medesimo periodo avvengono crolli e perdite di una porzione delle pietre costituenti; il forte vento inonda di terra ciascun ripiano formando giardini spontanei con arbusti, sterpaglia, muschi e fiori in un’atmosfera di natura selvaggia particolarmente ispiratrice per i pittori romantici. Tra i vari artisti affascinati dalla città che dedicarono all’opera alcuni dei loro quadri vanno citati Van Wittel, Piranesi, Roberts e Van Bloemen, le cui opere sono visibili alla mostra.

Sin dal Medioevo si era altresì diffusa l’idea di consacrare la struttura, nell’atmosfera tipica della Controriforma che previde, tra gli altri progetti, anche quello di Gian Lorenzo Bernini di ergere una cappella al centro dell’arena e quello di Fontana di fondare un Santuario in onore ai Martiri Cristiani. In occasione del Giubileo del 1750, per ordine di papa Benedetto XIV, vengono realizzate quattordici edicole per la cerimonia della Via Crucis, le quali vennero poi rimosse nel periodo dell’occupazione di Napoleone; nel 1814 ne furono edificate di nuove, benché sessant’anni dopo vennero rimosse per gli scavi nei sotterranei per volontà di Pietro Rosa che tuttavia conservò parte degli elementi consentendo adesso la ricostruzione di un’edicola.

Prima dell’avvento del turismo di massa, nella metà del Seicento era principalmente la giovane élite proveniente dall’Inghilterra e dal Nord Europa a visitare Roma, ineguagliabile fusione di Antico e Rinascimento. Inoltre la conoscenza dell’ Amphiteatrum Flavium era elemento fondamentale della formazione degli architetti francesi mediante il cosiddetto Prix de Rome, periodo dedicato allo studio delle antichità romane con minuziosi rilievi ed ipotesi ricostruttive. La struttura, con la sua sequenza canonica di ordini architettonici e l’arco inquadrato dall’ordine, si configura come modello di architettura per eccellenza, esaminato e riproposto sino ai giorni nostri.

Il Colosseo anche successivamente all’Impero romano continuò a raffigurare un luogo di potere, proprietà di enti ecclesiastici nell’XI sec. e di famiglie baronali quale la suddetta famiglia Frangipane che vi si insediò scontrandosi con quella aristocratica degli Annibali proprio per il possedimento del monumento. Fu altresì adoperato dal regime fascista per finalità propagandistiche, organizzando parate militari lungo la maestosa Via dell’Impero che lo collegava al centro della capitale e mutando l’assetto urbanistico per dare origine ad una nuova grande Roma. Inoltre Mussolini pose un’epigrafe sulla base della Croce nella parte settentrionale dell’arena, accostando strategicamente un’iscrizione politica al simbolo religioso.

La Pop Art lo eresse a feticcio della civiltà italiana, Renato Guttuso lo raffigurò più volte, la fotografia d’autore di Barbieri, Musi, Seiland e Roberts ne fece oggetto di ricerca e riflessione su ciò che resta della grandiosa opera. Icona di eternità, forza e cultura, l’influsso dell’opera architettonica si evince in molteplici ambiti – quali pittura, restauro, urbanistica, spettacolo, letteratura, sociologia, politica – esulando dal mero ambito dell’architettura. Imponente unione di laterizi e massi, rappresenta l’immensa presenza della città eterna, la più bella al mondo. Recentemente restaurato esternamente, ha dischiuso inediti percorsi al proprio interno con successivi interventi riguardanti l’area dell’arena.

In tal modo è stato possibile attuare il progetto espositivo, coordinato da Anna Grandi, Marta Chiara Guerrieri e Federico Marri in collaborazione con Grazia Miracco, Giorgia Santoro e Luigi Gallo. La mostra rappresenta un’imperdibile occasione per approfondire la conoscenza del nostro più celebre patrimonio storico-artistico, il quale permane fulcro di potere ed eterna fonte di fascino pur nel perenne mutare della società.

Info mostra: http://www.electa.it/mostre/colosseo-unicona/

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Cristina Trimarchi

Laurea magistrale in Teorie e tecnologie della comunicazione e laurea triennale in Scienze della comunicazione, ambedue con votazione 110/110 e lode presso l’Università degli studi di Messina. Attualmente frequenta il master in Comunicazione estetica e museale presso l’Università degli studi di Roma Tor Vergata. È altresì iscritta ai corsi di pittura e scultura presso l’Accademia di belle arti di Reggio Calabria. Ha seguito il MOOC “Modern Art & Ideas” promosso dal Museum of Modern Art di New York. Ha frequentato l’Horcynus Summer School 2016 in “Conservazione e restauro delle opere d’arte contemporanee” organizzato dalla Scuola Euro-Mediterranea di Economia etica, di bellezza e di pace in collaborazione con l’Università degli studi di Messina e l’Università Mediterranea di Reggio Calabria.Attestato di merito da parte dell’Università degli studi di Messina giorno 25/07/2007. Ha altresì frequentato il corso di ceramica “La ceramica nella preistoria. Il suo ruolo nell’antichità e la produzione dei giorni nostri” presso l’istituto magistrale statale Emilio Ainis. Da sempre affascinata dalle tematiche artistiche, ha deciso di studiarle dal punto di vista teorico e pratico.

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