Foto di copertina: Orlo di vaso (frammento) a figure nere di produzione attica, 
530 a.C., necropoli Selinunte (Museo Archeologico Salinas di Palermo – foto di Iole Carollo)

di Paolo Bondielli

Riflessioni sul Mediterraneo con una docente universitaria che coniuga e fonde senza attriti termini complessi come innovazioneantico. C’è di mezzo il Marenostrum e noi non potevamo mancare.

La prima volta di uno studioso di antichità a un TEDx in Italia per parlare di innovazione. Al recente TEDxMonopoli organizzato sul tema “Onde. Mari e Correnti Innovative” lo speech di Flavia Frisone, storica del mondo antico, professore di Storia greca e Presidente del Corso di Laurea in Beni Culturali dell’Università del Salento, diventa l’occasione per riflettere sulla modernità estrema del messaggio che ci viene dal Mediterraneo antico.

La nostra intervista

Professoressa Frisone, perché uno storico per parlare d’innovazione?

Direi che questa è la domanda chiave! La scelta è stata naturalmente degli organizzatori del TEDxMonopoli, che hanno avuto la capacità di andare oltre le banali etichette e mettere in evidenza, anche in questo modo, le ragioni profonde che spingono a cercare il nuovo e a farne strumento di crescita, non solo economica ma soprattutto culturale. Da questa coincidenza di prospettive, pur nella diversità dei campi d’azione, è nata un’esperienza di collaborazione estremamente stimolante, di cui sono davvero grata a questo team straordinario. Per quel che riguarda me, le ragioni per essere presente c’erano tutte. Non soltanto perché sono convinta che la radice vera dell’indagine storica sia un dialogo lucido e costruttivo con il presente ma perché il Mediterraneo antico con le strutture di lunga durata della mobilità umana che in esso si sono realizzate – un tema sul quale lavoro da anni – rappresenta un modello al quale guardare per leggere senza isterie e manipolazioni ideologiche le grandi trasformazioni che plasmeranno il nostro futuro.

E quindi il Mediterraneo antico da “culla della civiltà” a “culla dell’innovazione”?

La nave di Dioniso (coppa attica a figure nere del Pittore Exechias).
https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Exekias_Dionysos_Staatliche_Antikensammlungen_2044.jpg

Non si tratta di due visioni esclusive. Anzi! Nel mio intervento ho cercato di mettere in luce che c’è un modo statico e rassicurante di percepire la civiltà che viene dal mondo antico ma se ne può riconoscere anche uno più analitico e dinamico. Il primo ci dà semplicemente delle conferme, ci mostra il risultato di processi che ci distinguono dagli altri, mentre l’altro coglie l’essenza di quello straordinario laboratorio di creatività che fu il Mediterraneo antico. E questa stava proprio nelle possibilità che offriva di mettere a contatto stimoli e opportunità, idee e condizioni materiali, uomini e cose. Ma la storia ci fa anche vedere il distinto modo in cui in ciascun popolo questi fattori abbiano potuto essere declinati in maniera differente, o in tempi diversi, sottolineando come sia proprio l’analisi e la lucidità delle scelte a costruire dinamiche di lungo respiro. Quel che ci serve per guardare al futuro.

Tuttavia la definizione che lei dà del Mediterraneo antico, “essenza del divenire”, è un po’ inconsueta. Vuole spiegarcene il senso?

La vera descrittione del Mare Adriatico: di Larcipelago; & Mare di Isola….opera di Giovanni da Vavassore dito Guadgnino….citta di Vinegia G235:1/3

Certamente. Comincerei col dire che “questo mare qui”, come lo chiamavano i Greci, era non tanto, come lo immaginiamo noi, una definizione geografica, astratta, ma uno spazio di esperienze possibili, fatto di percorsi e di incontri, di scontri, di contaminazioni che, come diceva già Strabone, offriva “… una prospettiva privilegiata sul mondo”. E questo perché rappresentava – non solo metaforicamente, come nella famosissima immagine della palude, nel Fedone di Platone – il cuore pulsante del mondo antico (https://mediterraneoantico.it/articoli/eventi-mostre-musei/il-giro-del-mondo-antico-in-12-mappe/), quello da cui si trasmetteva ogni dinamica. La sua caratteristica peculiare era consentire la circolazione di beni, di tecnologie, di uomini, in grado di mettere in comunicazione idee e rilanciare stimoli, trasmettendone e amplificandone la forza. Perché la comunicazione, come sappiamo, è una condizione essenziale perché si verifichi quel che chiamiamo “progresso”: moltiplica le opportunità, dà ampiezza e consistenza alle innovazioni. Il Mediterraneo antico era un volano in grado di diffondere quella che nello speech ho chiamato “la malattia del cambiamento”: la capacità di intravedere la sfida insita nel rinnovamento e la volontà di affrontarla e vincerla. Un fascino potente, non privo di ambiguità, che i pensatori antichi hanno colto pienamente, dividendosi nel loro giudizio di valore ma concordando sull’importanza del medium.

Non a caso nello speech lei faceva riferimento all’invenzione della scrittura alfabetica, la madre di tutte le innovazioni…

Bambino Impara
http://www.odos-kastoria.gr/2014/03/blog-post_25.html

Infatti. Questa straordinaria invenzione – che ormai noi non percepiamo più come tale – ha rappresentato un potenziale salto di qualità nell’elaborazione e condivisione della conoscenza, paragonabile a quel che la nostra generazione ha vissuto con il passaggio alla realtà virtuale e agli strumenti del digitale. La sua acquisizione è stata progressiva in tutte le regioni del Mediterraneo antico dalle sue sponde orientali, dove è nata, fino all’estremo Occidente: e questo ci dice molto del livello di connessione e di interazione fra le diverse genti che si affacciavano a questo mare, perché l’acquisizione della tecnologia può avvenire solo attraverso una profonda integrazione linguistica e culturale, fatta di convivenza e interscambio, non di banale contatto. Ma è interessante vedere come la medesima tecnologia, declinata in funzione di società profondamente diverse, abbia dato luogo a modi estremamente vari di applicazione. Perché le scelte tecnologiche si disegnano poi sempre sulla fisionomia delle comunità umane.

 

Tavoletta in avorio con alfabetario del VII sec. a.C da Marsiliana d’Albegna (GR)

 

Ammetterà però che può sembrare provocatorio utilizzare espressioni come innovazione e tecnologia in riferimento alla storia antica!

È una questione – come dire – di “immaginario”. Come dicevo prima, c’è una consistente parte di noi che si limita a guardare al mondo antico come fosse un fermo-immagine, una descrizione oleografica spesso cristallizzata su alcuni luoghi comuni. Io credo invece che il compito dell’indagine storica sia mettere in luce i processi, riconoscerne gli elementi, valutare i percorsi e le esperienze. Voglio fare un esempio che spero chiarisca quel che voglio dire: pensiamo all’immagine storica della Magna Grecia o della Sicilia, così indissolubilmente legate alla presenza della civiltà greca.

Tolomeo, Geografia (Bibl. Marciana, Venezia): planisfero (part.)

Un’idea assolutamente sbagliata, ma assai diffusa nell’immaginario comune, ci fa pensare che in queste regioni dell’Italia meridionale sia avvenuta una sorta di trapianto e l’innesto di una civiltà già sviluppata e definita, dotata di una cultura superiore. In realtà uno sguardo più consapevole e un’indagine più matura hanno messo in luce veri e propri laboratori di esperienze di lunga durata che mettono insieme realtà locali, una varietà di impulsi provenienti dall’esterno e condizioni storiche del tutto specifiche. Ed è proprio nel divenire di queste esperienze che si colgono i migliori contributi al definirsi di quella cultura greca, che chiaramente non era affatto stereotipa come invece quell’impressione superficiale tenderebbe a farci credere. Si tratta di fenomeni complessi, che si sviluppano nel tempo, messi in moto dalla colonizzazione ma anche dalle sfaccettate dinamiche del contatto. Fenomeni che ha ancora senso studiare oggi anche per le riflessioni che aprono sul mondo contemporaneo.

Oggi per studiare questi fenomeni sono molto in voga modelli antropologici come il middle ground o l’ibridazione: lei che ne pensa?

Conferenza della prof.ssa Frisone presso il Museo Archeologico di Taranto (https://mediterraneoantico.it/articoli/eventi-mostre-musei/magna-grecia-femminile-plurale/)

Credo che occorra aver sempre ben presenti gli specifici caratteri delle società antiche, che non vanno confusi con quelli moderni o contemporanei. Ad esempio la comunicazione e trasmissione delle conoscenze hanno nell’antichità tempi e modi che non possono prescindere dal rapporto diretto, personale e da fattori come i ruoli e le gerarchie sociali. Questo chiaramente detta le modalità e il successo delle innovazioni, la cui misura sarà data dall’efficacia e dalla ampiezza di diffusione, non dalla rapidità. Non solo, ma disegna veri e propri ambiti contraddistinti da certi tipi di conoscenze, dal loro insegnamento e apprendimento, ma anche dalle “contaminazioni” e dai contatti con altre culture cui possono dare luogo. E qui mi piace far riferimento a esempi legati ai miei interessi di ricerca: penso ai miti e alle forme del culto che s’incrociano e si muovono nel Mediterraneo antico mostrando i loro contatti in forme estremamente particolari e profonde oppure, a un livello molto diverso, ai saperi legati alla c.d. “cultura materiale”: il cibo e l’alimentazione, la preparazione di beni primari, la cura e il benessere delle persone e la farmacopea, da sempre patrimonio femminile e, proprio per questo, indicativi di quel ruolo di mediatrici del contatto che spesso fu delle donne.

A questo proposito, il ruolo delle donne come agenti d’innovazione e portatori di conoscenza nello scenario del Mediterraneo antico è un tema che da sempre affascina gli studiosi, con alterni risultati. Lei ne ha fatto argomento dei suoi studi…

Scena dal mito di Medea (hydria attica a f.n. , Pittore del Gruppo di Leagros 500-470 a.C.)  http://www.engramma.it/eOS/index.php?id_articolo=1378

Sì, da qualche anno ho avviato un progetto, dal nome “La scuola delle donne” (https://mediterraneoantico.it/articoli/eventi-mostre-musei/la-scuola-delle-donne-nel-mondo-greco-dimensione-femminile-trasmissione-della-conoscenza-riflessione-fra-antichita-presente/), che prende in considerazione il ruolo delle donne nell’ambito della conoscenza, nel mondo antico come in quello moderno. M’interessano in particolare le forme di questo sapere, e i contenuti che si vengono a definire in specifico rapporto al contributo femminile. Si tratta di aspetti del sapere che raramente assumono la visibilità della “cultura ufficiale” anche se ovviamente in alcuni casi siamo di fronte ad esempi altissimi – ma che plasmano le società in maniera più sommersa e radicale. Anche per questo è affascinante trovare un collegamento con lo spazio autenticamente femminile nelle culture contemporanee.

Hydria attribuita al “pittore di Leningrado” (collezione Torno, Milano). Particolare della donna intenta a decorare un grande vaso: una rarissima testimonianza di attività artistica femminile nell’antica Grecia.

In conclusione, qual è il percorso d’integrazione che lei auspica fra indagine storica e innovazione?

Credo che lo studio della storia abbia due aspetti che possono giovare alle discipline che oggi costruiscono il mondo che verrà. Il primo è un approccio all’analisi dei fenomeni nella loro singolarità, che si serve di strumenti approfonditi per metterne in evidenza i fattori peculiari, senza appiattirli. Il secondo, ma non meno importante, è la capacità di liberarci da quella prospettiva deformata che oggi ci inchioda al tempo breve, brevissimo a volte, della contemporaneità. La nostra cultura via via tende a perdere lo specifico dell’esperienza umana nel tempo: gli errori da cui possiamo ancora imparare, le vittorie che hanno segnato tappe miliari e la maniera in cui sono state spese.

La storia ci offre una sorta di stand-by terapeutico da questo approccio superficiale, da questa bulimia dell’evento-mentre-accade. Abbiamo bisogno di sapere molto bene chi siamo per scegliere la direzione giusta nella quale procedere e, soprattutto, di ricordare che non esistono opzioni senza conseguenze.

La storia ci mostra che “qui e ora” non significa praticamente nulla se solo guardiamo al di là del nostro ombelico: ciò che accade intorno a noi si compone di processi che hanno durate differenti, a volte brevissime, a volte millenarie. Ed è a questa realtà molteplice che dobbiamo saper guardare, che ci interessiamo della salvaguardia del nostro pianeta, di una giusta distribuzione delle risorse, di far funzionale al meglio i meccanismi della convivenza civile, ecc.

Flavia Frisone, Professore di Storie greca (Università del Salento) e docente di Esegesi delle Fonti Epigrafiche presso la Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici “Dinu Adamesteanu” – Università del Salento  http://www.archeologia.unisalento.it/

 

Un tempo si tendeva spesso a proiettare il presente, con i suoi condizionamenti, sul passato, specie sull’antichità. Ci si specchiava come Dorian Gray nel suo ritratto, vedendosi sempre giovani e innocenti. Oggi, al contrario, la storia, con la sua capacità di leggere nella specificità del passato, ci mostra aspetti nascosti di ciò che siamo e di ciò che potremmo essere. Ai miei studenti non insegno eventi ma come si fa a guardare dentro i processi che li hanno determinati e seguiti: sono convinta che, qualsiasi sia l’ambito specifico in cui si applicheranno, sarà questo sguardo consapevole che servirà loro.

 

 

 

 

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Paolo Bondielli

Storico, studioso della Civiltà Egizia e del Vicino Oriente Antico da molti anni. Durante le sue ricerche ha realizzato una notevole biblioteca personale, che ha messo a disposizione di appassionati, studiosi e studenti. E’ autore e coautore di saggi storici e per Ananke ha pubblicato “Tutankhamon. Immagini e Testi dall’Ultima Dimora”; “La Stele di Rosetta e il Decreto di Menfi”; “Ramesse II e gli Hittiti. La Battaglia di Qadesh, il Trattato di pace e i matrimoni interdinastici”.

E’ socio fondatore e membro del Consiglio di Amministrazione dell’Associazione Egittologia.net. Ha ideato e dirige in qualità di Direttore Editoriale, il magazine online “MA – MediterraneoAntico”, che raccoglie articoli sull’antico Egitto e sull’archeologia del Mediterraneo. Ha ideato e dirige un progetto che prevede la pubblicazione integrale di alcuni templi dell’antico Egitto. Attualmente, dopo aver effettuato rilevazioni in loco, sta lavorando a una pubblicazione relativa Tempio di Dendera.

E’ membro effettivo del “Min Project”, lo scavo della Missione Archeologica Canario-Toscana presso la Valle dei Nobili a Sheik abd el-Gurna, West Bank, Luxor. Compie regolarmente viaggi in Egitto, sia per svolgere ricerche personali, sia per accompagnare gruppi di persone interessate a tour archeologici, che prevedono la visita di siti di grande interesse storico, ma generalmente trascurati dai grandi tour operator. Svolge regolarmente attività di divulgazione presso circoli culturali e scuole di ogni ordine e grado, proponendo conferenze arricchite da un corposo materiale fotografico, frutto di un’intensa attività di fotografo che si è svolta in Egitto e presso i maggiori musei d’Europa.

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