Gli archeologi della Saudi Heritage Commission hanno rinvenuto presso al-Hait, un’oasi 200km a nord-est di Medina, un’iscrizione rupestre del VI secolo a.C.; particolarità dell’iscrizione, redatta in cuneiforme babilonese, è di essere stata incisa per ordine dell’ultimo sovrano del grande regno di Babilonia, e di essere ad oggi la più lunga iscrizione cuneiforme dell’intera Penisola Arabica: con le sue 26 righe di testo, supera tutte le precedenti concorrenti. Inoltre, il testo è sormontato da una raffigurazione del sovrano stesso, inciso in atto di preghiera davanti a una fila di quattro simboli: una luna crescente, un disco con “ali e coda”, una specie di fiore e un serpente.

Ma chi fu l’ultimo re di Babilonia? Cosa gli accadde? Cosa rappresentano i misteriosi simboli davanti ai quali prega? E soprattutto, cosa ci fa una sua iscrizione in piena Arabia Saudita, più vicina a La Mecca e a Medina che a Babilonia? Per avere una risposta chiara e completa, occorre fare un piccolo passo indietro, al 612 a.C.: in quell’anno, il grandissimo e potente Impero Neo Assiro, che si estendeva dall’Iran occidentale alla Turchia meridionale e alla capitale egizia di Tebe, crollò per sempre subendo una decisiva nella Battaglia di Harran, in cui e forze assire e egizie vennero sopraffatte da un esercito di ribelli Babilonesi, alleati con i Medi, una numerosa popolazione iranica confinante con l’Impero. Sebbene la macchina imperiale assira avesse già dimostrato debolezze nei decenni precedenti, si può dire che la sua caduta fu repentina e abbastanza stupefacente; tuttavia, essendo le strutture burocratiche e amministrative molto valide, i Babilonesi vincitori non si limitarono a reclamare l’indipendenza per la loro città, ma subentrarono agli Assiri nella gestione della maggior parte del grande territorio imperiale (perdendo il controllo, in sostanza, del solo Egitto). Ad Harran, città situata oggi al confine tra Turchia e Siria e perciò molto lontana dal centro amministrativo del neonato Impero Neo Babilonese, pare si rifugiassero nobili e dignitari assiri in seguito alla sconfitta e al conseguente saccheggio delle capitali, e forse anche membri della dinastia reale.

L’Impero Neo Assiro. Credits to Khan Academy

Conquistato il potere con Nabopolassar, i Babilonesi instaurarono una dinastia di regnanti Caldei, che resse il potere per poco meno di un secolo. Esponente principale di questa dinastia (la cosiddetta “XI babilonese”) fu senza dubbio il re Nabucodonosor II, noto al grande pubblico soprattutto attraverso due fonti: la Bibbia (che, pur con qualche confusione cronologica e storica, racconta tanti eventi degli Imperi dell’Età del Ferro) e l’opera lirica di Giuseppe Verdi “Nabucco” (storpiatura proprio del nome del sovrano), celebre per il coro del “Va pensiero”. Fu questo sovrano infatti a conquistare Gerusalemme e deportare gli Ebrei in massa a Babilonia, ma iniziò anche la conquista delle oasi del nord della penisola arabica. Oltre che un abile guerriero, fu anche un gran costruttore, erigendo l’Etemenanki, la celeberrima Ziqqurat di Babilonia. Dopo la sua morte tuttavia, avvenuta nel 562 a.C., sul trono di Babilonia si succedettero ben tre sovrani in soli 6 anni, situazione che creò una certa fragilità del potere. Questa fragilità venne sfruttata da Nabonide per salire al trono, divenendo il protagonista della nostra storia, ultimo sovrano dell’Impero. Egli fece assassinare il giovane sovrano Labashi-Marduk, e legittimò la sua ascesa sposando la principessa Nitocris, figlia di Nabucodonosor.

L’Impero Neo Babilonese. Credits to Khan Academy

Nabonide non era nativo di Babilonia: era nato nella città di Harran, da un cittadino comune e da una donna aramea che forse fu sacerdotessa del dio lunare Sin. La propaganda e i racconti che ci giungono su di lui sono dubbi e frammentari, ma sembra probabile che fosse di sangue assiro, come lui stesso sembra lasciarci intendere. Un usurpatore quindi, ma “di ritorno”, strumento di vendetta del suo popolo sconfitto e dei suoi sovrani rovesciati. La sua origine assira e il forte legame ereditato per via materna con il dio Sin ebbero una forte ricaduta sulle sue azioni. Egli fu comunque un grande guerriero, condusse campagne militari in Cilicia, Siria e Arabia, espandendo soprattutto verso sud i confini dell’impero, e prendendo il controllo di moltissime oasi e delle relative piste carovaniere. Questo lo portò tuttavia ad essere per lunghi periodi lontano dalla capitale, Babilonia, come ricordato anche dalla Bibbia: in sua vece, lasciò il figlio Baldassarre a governare.

Il dio babilonese Marduk, accompagnato dal suo animale-simbolo Mushushshu.

La sua prolungata assenza non era tuttavia legata solo a necessità militari: egli era infatti in aperto contrasto con parte della nobiltà della capitale, in particolare con la casta sacerdotale, sia per la sua origine non-caldea, sia per la sua politica religiosa: egli infatti operò una riforma del pantheon, che portò il dio della città santa, Marduk, in secondo piano rispetto a un’altra antica e nobile divinità, che era però secondaria per i babilonesi: Sin. Questa distanza si concretizzò con il lungo soggiorno del re nell’oasi-città di Tayma, in Arabia Saudita, che egli ricostruì e usò come sua capitale de facto tra il 553 e il 540 a.C.. Tutti questi fatti sono registrati nella Bibbia, in particolare nel Libro del Profeta Daniele (Daniele 1-5), anche se con qualche confusione e imprecisione (di cui la più grave è sicuramente la confusione onomastica per la quale Nabonide è ricordato con il nome del grande predecessore, Nabucodonosor). Il ritorno a Babilonia di Nabonide nel 540 coincise con la fine dell’Impero Neo Babilonese: Ciro il Grande, sovrano dei Persiani, invase la Mesopotamia, e nel 539 a.C. sconfisse a Opis l’esercito guidato da Baldassarre, catturò Nabonide a Bassora e lo deportò nell’Iran sud-orientale. Gli imperi Assiro e Babilonese erano finiti per sempre, e aveva inizio la storia dell’Impero Persiano.

Parte superiore dell’Iscrizione di al-Hait. Credits to Heritage Saudi Commission

Fu dunque proprio Nabonide, ultimo sovrano “assiro-babilonese”, a far incidere su una roccia basaltica l’iscrizione rupestre di al-Hait scoperta dagli archeologi della Heritage Commission. Il testo cuneiforme non è ancora stato integralmente decifrato, ma luogo e simboli raccontano già tanto. La presenza di questa iscrizione, naturalmente da datare al decennio 550-540 a.C., testimonia dell’arrivo dei Babilonesi nella regione di Fadak (oggi Hail), e della loro conquista delle oasi e delle città qui disseminate. La raffigurazione del sovrano, inoltre, riporta in maniera chiarissima i dogmi della sua nuova politica religiosa: i quattro simboli infatti corrispondono a divinità, in ordine dalla più alla meno importante man mano che ci si allontana dalla figura del sovrano. Il primo simbolo è di una chiarezza e loquacità disarmante: la luna crescente, simbolo del dio Sin, divinità principale a capo del nuovo pantheon. Segue il disco solare di Shamash, dio del Sole e della giustizia. Il buffo “fiore” in terza posizione è in realtà la rappresentazione convenzionale del pianeta Venere, simbolo di Inanna-Ishtar, una delle più antiche dee mesopotamiche, divinità di amore e guerra, da sempre veneratissima presso tutte le varie comunità e popolazioni dal Vicino Oriente. Infine, in quarta posizione, si ha probabilmente il serpente-dragone Mushushshu, l’animale sacro del dio Marduk di Babilonia.

Il monumentale Bassorilievo di Sela.

In attesa della decifrazione del lungo testo cuneiforme dell’iscrizione, è interessante notare come Nabonide realizzasse analoghi monumenti rupestri in altri luoghi del suo dominio. A Sela, nella moderna Giordania, fu scoperto anni fa un enorme bassorilievo scolpito su di una parete rocciosa ad oltre 90 metri d’altezza, in cui era raffigurato il sovrano stante in preghiera di fronte a tre simboli: una luna crescente, un disco solare e il pianeta Venere. Da Harran poi, proviene una stele altrettanto chiara, e incisa in maniera molto più raffinata di quella di al-Hait; anche in questo caso, nella parte sommitale del monumento è raffigurato il sovrano in preghiera di fronte a una luna crescente, un disco solare e il pianeta Venere. Non resta che attendere il lavoro degli assiriologi sul testo di al-Hait, con la speranza che esso contenga tante preziosissime informazioni storiche.

La Stele di Harran. Credits to Wikisource
Advertisement

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here