Il Naoforo Farnese

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Il Naoforo Farnese, assieme ad alcuni oggetti provenienti dal Tempio di Iside a Pompei, fu uno dei primi reperti afferenti la cultura egizia che entrò a far parte delle collezioni del Museo Archeologico di Napoli.

Il suo ingresso al Real Museo Borbonico si rese possibile per l’eredità che Carlo III ricevette alla morte di Elisabetta Farnese, che comprendeva tutte le raccolte di antichità custodite nelle varie proprietà che i  Farnese avevano a Roma e a Parma.

La statua viene menzionata già nel 1803 all’interno dell’inventario delle statue che fu redatto in quell’anno e collocato probabilmente  nel portico de’ miscellanei, dove venivano sistemati quegli oggetti che non trovavano una loro collocazione naturale nelle collezioni già presenti all’interno del museo.

Con l’arrivo di altri reperti egizi e con il formarsi quindi di una vera e propria collezione tematica, fu trovato uno spazio che da questa mutuò il nome: Portico dei Monumenti Egizj.

Le prime notizie di questo reperto si hanno in alcuni inventari seicenteschi di Palazzo Farnese, ma non ci è dato conoscere le circostanze del suo ritrovamento, che probabilmente avvenne tra il XVI e il XVII secolo scavando superficialmente e senza metodo tra le rovine di Roma, come quasi tutte le statue della Collezione Farnese.

Incisione riprodotta in A. Kircher, Aedypus Aegyptiacus, III, Romae, 1654, pp. 495-496.
Incisione riprodotta in A. Kircher, Aedypus Aegyptiacus, III, Romae, 1654, pp. 495-496. Crediti/ La collezione egiziana del Museo archeologico nazionale di Napoli

Fu a Palazzo Farnese che il gesuita Attanasius Kircher  ebbe modo di studiare il Naoforo, dando prova – come spesso è accaduto per i suoi studi sulla scrittura geroglifica – di una notevole dote di fantasia. A tal proposito scrive G. Finati nel 1822: “…la inesattezza somma in cui si incorse dal nostro Ch. Autore nel copiarli siasi commessa a bella posta, onde potergli a suo modo leggere e interpretare, poiché nell’incisione si osservano alcuni geroglifici che non sono nell’originale e viceversa”.

Questa particolare tipologia di reperto nasce in epoca ramesside (XIX-XX dinastia) anche se alcuni esemplari si possono far risalire al regno della regina Hatshepsut e rappresenta un uomo inginocchiato su di una base a forma di parallelepipedo.

Il personaggio indossa un gonnellino plissettato e una parrucca a “borsa” che gli lascia scoperte le spalle e le orecchie. Al collo porta un amuleto raffigurante una testa della dea Hathor, ma la cosa che lo identifica come statua-naoforo è il naos che il personaggio sorregge tra le mani tenendolo appoggiato sulle ginocchia.

All’interno vi è una statua di Osiride mummiforme che indossa la corona Atef e in mano regge il pastorale e il flagello.

Nel pilastro posteriore è stata incisa un’iscrizione suddivisa in due linee delle quali riportiamo la sola traduzione.

[Linea 1] Dio cittadino del Nobile, Principe, Porta-sigilli del Re, amico intimo (del re), Direttore della Casa delle Due Corone, Sacerdote di Horus, Capo del Distretto di Pe, Soprintendente ai Sigilli, Uah-Ib-Ra Mery-Neith, figlio diTa-Qerenet,  [Linea 2]  poniti dietro di lui mentre il sul ka è davanti a lui, non siano impediti i suoi piedi, non sia respinto il suo cuore. Egli è un Eliopolitano.

Un’analisi stilistica è la particolare formula incisa nel pilastro dorsale, detta “formula saitica”, consente di datare questa statua alla XXVI dinastia.

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Paolo Bondielli

Storico, studioso della Civiltà Egizia e del Vicino Oriente Antico da molti anni. Durante le sue ricerche ha realizzato una notevole biblioteca personale, che ha messo a disposizione di appassionati, studiosi e studenti. E’ autore e coautore di saggi storici e per Ananke ha pubblicato “Tutankhamon. Immagini e Testi dall’Ultima Dimora”; “La Stele di Rosetta e il Decreto di Menfi”; “Ramesse II e gli Hittiti. La Battaglia di Qadesh, il Trattato di pace e i matrimoni interdinastici”.

E’ socio fondatore e membro del Consiglio di Amministrazione dell’Associazione Egittologia.net. Ha ideato e dirige in qualità di Direttore Editoriale, il magazine online “MA – MediterraneoAntico”, che raccoglie articoli sull’antico Egitto e sull’archeologia del Mediterraneo. Ha ideato e dirige un progetto che prevede la pubblicazione integrale di alcuni templi dell’antico Egitto. Attualmente, dopo aver effettuato rilevazioni in loco, sta lavorando a una pubblicazione relativa Tempio di Dendera.

E’ membro effettivo del “Min Project”, lo scavo della Missione Archeologica Canario-Toscana presso la Valle dei Nobili a Sheik abd el-Gurna, West Bank, Luxor. Compie regolarmente viaggi in Egitto, sia per svolgere ricerche personali, sia per accompagnare gruppi di persone interessate a tour archeologici, che prevedono la visita di siti di grande interesse storico, ma generalmente trascurati dai grandi tour operator. Svolge regolarmente attività di divulgazione presso circoli culturali e scuole di ogni ordine e grado, proponendo conferenze arricchite da un corposo materiale fotografico, frutto di un’intensa attività di fotografo che si è svolta in Egitto e presso i maggiori musei d’Europa.

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