Iscrizione lasciata da Belzoni nella camera funeraria (ph. dailyphoto)

“Scoperta da G. Belzoni. 2. Mar. 1818”. Questa iscrizione campeggia ed impera nel muro meridionale della camera sepolcrale della piramide di Chefren, la seconda (per grandezza ed in ordine di costruzione) delle piramidi della piana di Giza. Vedendola, viene da chiedersi cosa spinse il grande esploratore padovano a compiere quello che oggi noi definiremmo un tale scempio, ma studiando un po’ il personaggio possiamo ben capire, anche se non giustificare, cosa indusse il Gigante della Patagonia ad autografare sul posto le sue scoperte.

Ritratto di Giovanni Belzoni pubblicati nel suo libro “Viaggi in Egitto e in Nubia”. (ph. A. Siliotti_Coll. Privata)

Belzoni, già prima di entrare nella piramide di Chefren, aveva raccolto una notevole collezione di antichità egizie, effettuato imprese colossali ed fatto scoperte sensazionali, tra le altre ricordiamo la tomba di Seti I e l’accesso al tempio maggiore di Abu Simbel avvenute rispettivamente il 18 ottobre ed il 1 agosto dell’anno precedente. Eppure, era venuto a sapere che in Europa circolavano voci che le sue grandi gesta erano attribuite ad altri viaggiatori e che a mala pena nel Vecchio Continente ci si ricordava di lui o addirittura lo si conosceva. Questo fatto lo inquietò così tanto al punto di iniziare a lasciare il suo nome in ogni cosa che trovava, non fu risparmiato niente, nè il meraviglioso sarcofago in alabastro di Seti I, né le varie statue trovate tra cui anche il “giovane Memnone” (la colossale statua che ritrae Ramesse II)… la stessa sorte la subì la piramide di Khafra (il nome originale del sovrano della IV dinastia. Chefren è la derivazione dal greco antico) che conserva ben due sue iscrizioni: una, quella che tutti conosciamo, nella camera funeraria del sovrano e l’altra incisa su un blocco di granito posto all’ingresso della piramide. Proprio per il bisogno di mostrare al mondo chi fosse, all’inizio del 1818 decise che doveva tentare la fortuna, ed avventurarsi in una grande impresa, prima di partire in primavera per il suo terzo viaggio a Tebe. Fu così che iniziò a maturare l’idea di voler scoprire quello che allora era considerato uno dei più grandi misteri: scoprire l’ingresso della piramide del figlio di Khufu (Cheope per i Greci) ritenuto fino ad allora inviolabile.

La piramide di Chefren e la Sfinge (ph. Tiziana Giuliani)

Sulla piramide circolavano da secoli fantastiche leggende secondo le quali la costruzione doveva contenere immensi tesori. Già dall’antichità importanti scrittori parlavano dei suoi misteri. Per Erodoto la piramide di Khafra non ospitava nessuna camera, mentre Diodoro Siculo (più arguto) narrava che le due piramidi erano state costruite per inumare due grandi sovrani che però non vi erano stati sepolti. Rinomati storici arabi asserivano che celasse ben 30 camere, chi armi misteriose, o addirittura il corpo di Adamo con un ricchissimo tesoro in oro, incenso e mirra. Sta di fatto che cosa nascondesse la seconda delle costruzioni di Giza incuriosiva chiunque da millenni ormai e al tempo di Belzoni era diventato un argomento da salotto, quindi, quale miglior sfida da accogliere se non riuscire ad entrarvi?!

Chefren veduta aerea (ph. A. Siliotti)

Fu così, che dopo aver avuto i permessi necessari per le sue ricerche, il 2 febbraio del 1818, accampato in una tenda ai piedi della piramide, Belzoni iniziò i lavori di scavo. Aveva già notato, mentre la sua idea prendeva forma, che lungo il lato settentrionale la piramide ad un certo punto presentava un insolito ammasso di pietre e guarda caso anche la piramide già aperta di Khufu aveva il suo ingresso a nord. Appena due settimane dopo, il 18 febbraio, i fellahs assoldati da Belzoni scoprirono un varco che liberarono in quattro giorni di lavoro: l’emozione salì alle stelle, avevano riportato alla luce un corridoio. Ma l’entusiasmo morì poco dopo lasciando spazio alla profonda delusione: il corridoio era cieco, non portava da nessuna parte. I lavori furono momentaneamente interrotti, ma non smise di lavorare la testa del padovano che iniziò invece a studiare più attentamente la collocazione dell’ingresso della piramide di Cheope rispetto alla struttura e alla posizione della camera funeraria. Belzoni capì che l’ingresso non doveva essere al centro della piramide, ma spostata di 30 metri verso est. Gli scavi ripresero con l’incredulità di un successo sempre più espressa pubblicamente: per tutti quanti la piramide era inviolabile e Belzoni ritenuto un pazzo! Ma il suo infallibile istinto lo aiutò anche questa volta: pochi giorni dopo, era il 28 febbraio, spuntò fuori un blocco con una diversa inclinazione rispetto agli altri blocchi che formavano e sostenevano l’immenso monumento. Quel blocco era proprio l’indizio che Giovanni cercava. Quello stesso giorno arrivò al Cairo un viaggiatore italiano già vecchia conoscenza di Belzoni, il cavalier Enegildo Frediani, e il nostro avventuriero gli chiese la cortesia di voler presenziare in qualità di testimone all’imminente scoperta che stava per fare; era talmente “malato” di questa sua non riconosciuta notorietà che cercava in ogni modo si assicurarsi la legittimazione delle sue scoperte.

L’ingresso di Belzoni nella camera sepolcrale della piramide di Chefren.  (Padova, Biblioteca Civica_ph. A. Siliotti)

Finalmente nel secondo giorno del mese di marzo apparve ai loro occhi l’entrata tanto sognata. Un corridoio si estendeva verso il centro della piramide; percorrendolo trovarono un pozzo dove – invece di seguire l’ambulacro – si calarono con delle corde. In fondo ad esso si apriva un altro corridoio seguito da altri. L’obiettivo di Belzoni era raggiungere il centro della piramide, così intraprese la direzione suggerita dai vari passaggi che lo stavano conducendo proprio nel cuore della struttura voluta da Chefren… finché non raggiunse la camera sepolcrale. Era riuscito ad entrare dove tantissimi uomini prima di lui avevano tentato invano ed era pronto a godersi il sapore della scoperta di un’immensa ricchezza, sensazione troppe volte mancata perché le tombe da lui scoperte erano sempre già state saccheggiate e trovate quindi completamente, o quasi, spoglie.

Il sarcofago della piramide di Chefren (ph. A. Siliotti)

Alla fioca luce delle torce iniziò a perlustrare con lo sguardo l’ambiente raggiunto, dirigendo la sua attenzione dove, in base alla disposizione nella piramide di Khufu, lui credeva potesse essere collocato il sarcofago. La delusione per le sue mancate aspettative si fece largo, non c’era nessun sarcofago, ma si rincuorò presto non appena lo riconobbe nell’angolo ad ovest seppellito al livello del terreno e circondato da immensi blocchi di granito. Il coperchio era rotto, tanto che da dove era fratturato si poteva scorgere il suo interno che conteneva delle ossa successivamente attribuite ad un bovino. Esaminò il sarcofago in granito privo di iscrizioni, come priva ne era l‘intera struttura. Un’iscrizione nella camera funeraria in realtà uscì fuori, era in arabo ed oggi non più visibile, probabilmente risalente al 1200 circa, che attesterebbe un precedente ingresso nella piramide. Realizzando che nemmeno questo luogo custodiva nessun tesoro, come la Grande Piramide e come tutte le sue scoperte, Belzoni si rammaricò molto, ma il merito di aver scoperto (ufficialmente) l’entrata della piramide di Chefren – quell’accesso così fortemente ritenuto inviolabile – non glielo tolse nessuno. Per celebrare questa eccezionale impresa il governo britannico coniò nel giugno del 1821 una medaglia con inciso in un lato il profilo del nostro protagonista mentre dall’altro il nome dell’esploratore italiano, la data dell’accesso profanato e l’oggetto della sua notorietà. Solo che il destino si prese di nuovo beffa di lui… la piramide raffigurata non è quella di Chefren, ma quella di suo padre Cheope.

Medaglia commemorativa Chefren (ph. A. Siliotti)

Le immagini gentilmente concesse da Alberto Siliotti sono tratte dal libro “Giovanni Belzoni alla scoperta dell’Egitto perduto” di Alberto Siliotti ed. Geodia

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