Tra gli scaffali silenziosi della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze è emerso un volume che farà riscrivere un capitolo affascinante della storia della scienza: una copia dell’Almagesto di Claudio Tolomeo con annotazioni autografe attribuite a un giovane Galileo Galilei.

L’Almagesto è grande trattato astronomico-matematico scritto in greco (con un titolo dall’etimologia greco-araba) verso il 150 d.C. da Claudio Tolomeo. Fu l’opera che per più di mille anni costituì la base delle conoscenze astronomiche in Europa e nel mondo islamico. Il volume, fondamento teorico del sistema geocentrico — con la Terra immobile al centro dell’universo — affronta con descrizione matematica il moto del Sole, della Luna e dei cinque pianeti allora conosciuti (Mercurio, Venere, Marte, Giove e Saturno).
Cinque dei tredici volumi che costituiscono l’opera – un’edizione latina del 1551 – sono fittamente postillati a mano. Non semplici appunti o annotazioni marginali, ma chiarimenti, osservazioni tecniche, calcoli, riflessioni che affiancano passaggi sottolineati: tracce vive di uno studio intenso e rigoroso.

A individuare il prezioso esemplare del Fondo Magliabechiano, entrato a far parte del patrimonio della Biblioteca nel 1861, è stato Ivan Malara, giovane studioso e assegnista dell’Università di Milano, al termine di una ricerca durata oltre tre anni allo scopo di comprendere quanto Galilei conoscesse approfonditamente l’Almagesto e scoprire in quale copia lo avesse studiato, prima di formulare le sue conclusioni. «Non è stata una scoperta casuale, nasce da una ricerca che ho iniziato circa tre anni fa: volevo capire come Galileo studiò l’Almagesto e per farlo ho iniziato un censimento delle varie edizioni dell’Almagesto e a Firenze ho trovato quest’opera annotata» dichiara Malara. Il giovane Galileo era un profondo conoscitore degli studi di Tolomeo. «Negli scritti giovanili, in particolare nei De motu antiquiora, Galileo mostra una padronanza sorprendente delle dimostrazioni matematiche di Tolomeo e afferma persino di aver composto un commento all’opera, oggi perduto. Ma il testo su cui aveva lavorato restava un’incognita». Ed è così che ha preso il via la ricerca.
L’analisi paleografica e contenutistica delle annotazioni trovate sul “manoscritto” ha rivelato una grafia e un’impostazione pienamente compatibili con il periodo giovanile di Galileo, attribuibili ad un periodo compreso tra il 1589 e il 1592, quando insegnava matematica a Pisa.

Il dato più sorprendente? Queste note mostrano un Galileo ancora immerso nello studio approfondito dell’architettura matematica tolemaica. Prima di diventare il protagonista della rivoluzione astronomica e sostenitore del sistema copernicano, egli si confrontava in modo diretto, meticoloso e critico con l’autorità scientifica dominante del suo tempo (in un passaggio la critica è esplicita: l’annotazione osserva che «la realtà dimostra altro»). Queste osservazioni sono la testimonianza concreta di un metodo: comprendere fino in fondo una teoria per poterla superare, ma non confutare. Lo studioso, infatti, afferma che il contenuto delle note «è estremamente tecnico. Galileo annota soprattutto le parti tecniche, cerca di comprendere, spiegare e chiarire alcuni passaggi matematici. Confutazioni per ora non ne ho trovate. Ma c’è un passaggio in cui Galileo più che confutare dice “qui l’esperienza ci dice qualcosa di diverso”, e questo è un passo interessante perché è una critica in linea con quello che noi ritroviamo in altri scritti di Galileo».

E’ proprio da questo studio che si formò il pensiero galileiano. Poi, il perfezionamento del cannocchiale nel 1609 fornì le prove decisive per le sue teorie contro il sistema geocentrico di Tolomeo, sostenendo invece il modello eliocentrico di Niccolò Copernico.
Ricordiamo sinteticamente quali furono le sue principale osservazioni pubblicate nel Sidereus Nuncius (1610) e approfondite nel Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo (1632), contribuendo al definitivo superamento del geocentrismo come modello scientifico:
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Le fasi di Venere: Venere mostra fasi complete (come la Luna), dimostrando che orbita attorno al Sole e non alla Terra, come invece prevedeva il modello tolemaico.
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I satelliti di Giove: nel 1610 Galileo scoprì quattro lune che orbitano attorno a Giove, prova che non tutti i corpi celesti ruotano intorno alla Terra.
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Macchie solari e rilievi lunari: osservò montagne sulla Luna e macchie sul Sole, confutando l’idea aristotelica di cieli perfetti e immutabili.
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La Via Lattea: dimostrò che la Via Lattea non è una nube, bensì è composta da innumerevoli stelle, rivelando un universo molto più vasto di quanto si ipotizzasse.

Possiamo concludere, dunque, affermando che l’Almagesto tempestato di appunti di Galilei, e rimasto finora inosservato tra migliaia di testi antichi, oggi si rivela una finestra privilegiata sulla formazione intellettuale di Galileo. Più che un semplice ritrovamento bibliografico, questa scoperta rappresenta un tassello decisivo per comprendere l’evoluzione del pensiero galileiano: non una rottura improvvisa con il passato, ma un percorso di studio rigoroso, fondato sul confronto diretto con le fonti classiche dell’astronomia. In quelle pagine annotate si intravede il laboratorio mentale di uno dei più grandi protagonisti della scienza moderna.
Un’ultima curiosità. Ricordiamo tutti che Galileo fu condannato per eresia e costretto ad abiurare le sue tesi, eppure Malara racconta di quanto lo scienziato fosse religioso. Galileo, prima di cimentarsi nello studio dell’Almagesto si fermava a pregare: «Vi sono testimonianze di poco successive che ci dicono che Galileo solitamente pregava, rivolgeva un’orazione a Dio prima di studiare l’Almagesto, perché è un’opera veramente molto difficile».


















