Nella civiltà italica antica, il mondo dei vivi e quello dei morti entravano in contatto a Febbraio durante le celebrazioni dei Feralia e in occasione dell’apertura della fossa, chiamata mundus, scavata all’atto della fondazione di una città.

In particolare i Feralia cadevano il 21 febbraio, ultimo giorno dei Parentalia, un periodo di nove giorni (dal 13 al 21 febbraio) in cui si celebravano i defunti. Il termine Feralia, come ricorda Ovidio nei Fasti, era legato al verbo fero (“portare”), perché era proprio in tale occasione che i vivi portavano ai loro defunti doni, come fiori, spighe di grano, sale, pane imbevuto di vino e di viole disciolte,  a ricordo verosimilmente dell’offerta funebre di Enea al padre Anchise.  La viola sboccia a marzo, in primavera, dunque è possibile che la scelta di tale fiore coincida con l’idea di ri-nascita.

Durante questi giorni, non indicati nel calendario romano come “nefasti”, non si potevano celebrare matrimoni, i magistrati non potevano indossare la toga praetexta e i templi rimanevano chiusi.

Parentalia

Il mundus era, invece, dedicato alla dea Cerere, ed è parte di una delle tradizioni più oscure e antiche della religione romana arcaica, sebbene l’origine del rituale ad essa collegata sia molto probabilmente di matrice etrusca. Si tratta di una fossa posta nel

santuario di Cerere o nelle sue vicinanze, come attesterebbe un’iscrizione presente a Capua e relativa ad un “sacerdos Cereris mundialis”. La fossa, consacrata agli dèi Mani, aveva forma circolare a ricordare la volta celeste e l’ universo tutto, ma anche un utero rovesciato, con evidenti intenti simbolici.

Il mundus veniva scavato, all’atto della fondazione, al centro della città al congiungimento a forma di croce degli assi di decumano e cardo e successivamente ricoperta con lastre di pietra, perché rimanesse chiusa per tutto l’anno ad eccezione di tre giorni, in cui mundus patet, cioè “la fossa si apre”: si trattava di tre date altamente significative per il mondo romano, inizialmente votato all’attività agricola, cioè il 24 agosto, il 5 ottobre e l’8 novembre. In quei giorni, contrassegnati dal calendario del pontifex maximus, si reputava che il mondo dei morti comunicasse con quello dei vivi e ogni attività ufficiale veniva sospesa per timore che i segreti degli dei Mani venissero alla luce: tra le attività ad essere oggetto di sospensione i trattati di pace, le guerre, ma anche i rapporti sessuali col fine di procreare. Vi sono, tuttavia, pareri molto discordi relativamente all’identità degli Dei Mani, che per alcuni studiosi sono dei, per altri anime dei morti, per alcuni entità buone e per altri malvagie.

Dei Mani

Originariamente comunque i Mani sono affini alle divinità infernali, con le quali appaiono congiunti anche nelle formule delle devotiones.
Agostino in De civitate Dei narra che, secondo Apuleio, i Mani sarebbero le anime dei defunti di cui si ignorano i meriti:

«Dicit quidem et animas hominum daemones esse et ex hominibus fieri lares, si boni meriti sunt; lemures, si mali, seu larvas; manes autem deos dici, si incertum est bonorum eos seu malorum esse meritorum.»

« [Apuleio] afferma inoltre che anche l’anima umana è un demone e che gli uomini divengono Lari se hanno fatto del bene, fantasmi o spettri se hanno fatto del male e che sono considerati Dei Mani se è incerta la loro qualificazione. »

La loro madre era, secondo tradizione, la dea etrusca Mania (da cui il nome di Mani), sposa del dio dell’oltretomba etrusco Manthus, il cui nome, peraltro, rimanderebbe alla parola mundus.
Lo stesso termine di Mundus designa il “mondare” e il “purificare”, così come le consonanti ‘m-n-d’ sono le stesse della radice indoeuropea che rimanda alle parole “bocca” e “utero” (da cui la forma), secondo lo storico delle religioni Georges Dumézil; ma anche alla terra, alla fertilità, o ancora alla parola sanscrita “mandala”, legata alla sfera, allo spazio della sacralità. Trattandosi di un rito purificatorio, molto comune nel mondo arcaico romano (basti pensare a certe espressioni pre-letterarie come i carmina lustralia, canti propiziatori per il buon raccolto e dunque di argomento agricolo), il rito di apertura del mundus aveva un carattere iniziatico, in quanto la purificazione è l’operazione sacra che sovrintende alla nascita individuale o collettiva. E, trattandosi di uno scavo, sovrainteso da un augure, che ne determinava tempi e modalità in maniera rigorosa, effettuato in occasione della “nascita” di una città, il richiamo all’idea di purificazione come rito necessario alla nascita o ri-nascita appare inevitabile.

Uno dei problemi che scaturiscono dall’analisi delle tre date di apertura della fossa è semmai legato non tanto al 24 agosto, vigilia degli Opiconsiva, festa agricola e di valore, dunque, ctonio, legata alla messa al riparo del raccolto (come si evince dall’etimologia), la cui relazione con il mundus Cereris risulta relativamente evidente, quanto alla funzione della dea Cerere che sembra non presiedere solo alla crescita delle messi, ma anche alla fecondità umana, ai terremoti e all’oltretomba, e alle altre due date, la cui interpretazione appare più complessa e non immediatamente intuibile.

Cerere

La seconda data, quella del 5 ottobre, sembra riferirsi alla festa, anche essa legata al mondo agricolo, denominata Ieiunium Cereris (“il digiuno di Cerere”), mentre sull’ 8 novembre persistono ancora dubbi interpretativi, sebbene sia accertato che il triticum, una varietà di farro, venisse seminato proprio a novembre. L’idea che risulta evidente  è, comunque, di costituire un saldo legame tra il mondo dei vivi e la dimensione infera, regno di Cerere (la Demètra greca, oggetto del culto misterico di morte e rinascita- di matrice probabilmente agraria- che si svolgeva ad Eleusi), Persefone ed Ecate, dea anch’essa degli Inferi spesso confusa con Artemide, Selene o con la stessa Persefone.

Lo studioso Fowler  rileva alcune analogie con i riti compiuti in Grecia in occasione delle Tesmoforie, feste che celebravano la dea Demètra e sua figlia Persefone, rapita da Ade e ricercata dalla madre. Durante la ricerca, la terra e i raccolti furono trascurati dalla dea, disperata per la perdita dell’amata figlia. In tale occasione le donne, libere e sposate, lasciavano marcire carcasse di maiale in alcune camere dette µεγαρα; la carne putrefatta era poi mescolata con sementi ed utilizzata come particolare concime per favorire la crescita del raccolto. Inoltre, anche questa festa era celebrata in autunno, al tempo della semina.

L’idea di una fossa che collegasse la terra al mondo ctonio è espressione di un rito codificato con precisione nel tempo, quello legato, come già affermato, alla fondazione della città. Molti intellettuali, tra cui Dionigi di Alicarnasso nella sua opera “Antiquitates romanae”, ci hanno consegnato la descrizione, talora non concordante con quella fornita da altre fonti, del rito di fondazione compiuto dall’augure, evidentemente di derivazione etrusca, come tutta l’aruspicina, d’altra parte. La fossa, prima di essere chiusa, veniva riempita di primizie, terra della madrepatria gettata a pugni e doni da offrire agli dei inferi, gli unici, secondo Servio, a cui si consacrassero i pozzi, affinché non consentissero il passaggio sulla terra delle anime dei defunti. In realtà, tuttavia, più che temere il passaggio dei defunti sulla terra nei tre giorni di ribaltamento “carnevalesco”, gli antichi sembravano voler evitare la rivelazione di segreti che avrebbero dovuto continuare ad essere nascosti.

Sarcofago con porta aperta (mundus)

Tali informazioni ci vengono fornite dal grammatico Festo, vissuto nel II secolo d.C. nella sua opera “De verborum significatu”, che riferisce:

“Occultae et abditae religioni deorum Manium essent, ueluti in lucem quamdam adducerentur et patefierent”

sottolineando, dunque, che si temeva che i segreti occultati venissero alla luce.

Appare evidente che si temesse la divulgazione di segreti innominabili ed inconfessabili persino agli specialisti del sacro. Nulla di sorprendente se si pensa che l’indicibilità fosse in antichità e ancor oggi un necessario accompagnamento del rito religioso e, si direbbe, una condizione indispensabile.

Che poi lo scavo della fossa e tutto il rito di fondazione fosse di origine etrusca ci viene rivelato da Varrone, probabilmente informato in merito da un suo caro amico,  Lucio Taruzio Firmano, importante astrologo romano e, tra l’altro, di chiara origine etrusca.

Anche Romolo, secondo Plutarco (“Vita di Romolo”), avrebbe scavato un mundus nel fondare Roma, ma gli autori antichi discordavano sulla sua ubicazione: sul Palatino (secondo Catone) o nel foro, presso il comitium (secondo Plutarco), localizzazione singolare, peraltro, visto che è accertato che la città fu fondata sul Palatino.

àuguri

Il mundus romuleo, così come quello aperto in occasione dei riti di fondazione, a differenza di quello sacro a Cerere, non era più aperto, era costituito da un semplice pozzo sormontato da un altare e non era internamente diviso in due parti; probabilmente era connesso con la decussis (“cippo”) del cardo e del decumanus.  Se il mundus di Cerere continuava a mettere in rapporto mondo dei vivi e mondo dei morti, a Roma solo i Feralia consentivano una “corrispondenza” tra i due mondi altrimenti non in comunicazione.

Il rito di fondazione (etruscus), veniva scandito con precisione e prevedeva una serie di passaggi da osservare rigorosamente, a partire da una praecatio e una supplicatio; facevano parte del rito anche lo sgombero di ostacoli o costruzioni precedenti, il fissaggio di una sede augurale (templum in terra) da cui procedere alla scelta della sede del templum in aere, il tutto arricchito da formule pronunciate con solennità (effata, verbo composto dal verbo for, che identifica il parlare con sacrale maestosità) che specificassero i confini dell’urbs. Importantissimo è il ruolo della parola, che diveniva “parola di potenza” , capace di forgiare lo spazio modificandone la natura ancor prima che essa lo fosse (Varrone, De lingua latina). Insomma, il territorio riceveva le impressioni umane tramite le parole di potenza,  magiche ed evocatrici,  sebbene le delimitazioni materiali non fossero formalmente state tracciate.

Dopo questa fase iniziale, l’augure passava all’ inauguratio vera e propria: l’operazione prevedeva il posizionamento del sacerdote in posizione eminente in maniera da consentirgli una visione complessiva e panoramica del territorio prescelto sottostante per cui chiedeva la benedizione di Giove. in seguito veniva scavato il mundus, ovvero l’ umbilicus Urbis.

Il più volte citato Varrone  ci descrive chiaramente il processo della fondazione, specificando in un passo ancora enigmatico che il concetto di Templum  venivadeclinato

“in tre modi, con riferimento alla natura, alla divinazione e alla similitudine: con riferimento alla natura nel cielo, alla divinazione sul suolo, alla similitudine nel sottosuolo”.

Le modalità del procedimento di fondazione erano immutabili, perché, come afferma Iginio di Gromatico,  scrittore e agrimensore del II secolo d.C., i decumani sono paralleli al corso del sole e i cardini hanno la stessa direzione dell’asse celeste.

Il rito doveva  essere celebrato all’alba, poiché l’alba, intesa come nascita del nuovo giorno, è un momento carico di significati: la capacità di cogliere i segni rivelatori della volontà divina viene così collegata all’istante in cui l’astro solare solca, sull’orizzonte, la linea d’intersezione tra il cielo, la terra e il mondo infero: “L’istante in cui il sole tocca tutti e tre i mondi, il cielo, la terra e gl’inferi, nel quale cioè le tre dimensioni entrano in comunicazione – scrive Gottarelli  – è una condizione di varco di soglia, di terra di nessuno in cui tutto si stringe in un abbraccio ed avviene il miracolo dell’unione dei Mondi in cui si aprono in terra i cancelli del cielo”.

L’Augure, dunque delimita l’area di fondazione nell’esatto tempo che intercorre tra la comparsa sull’orizzonte del disco solare e il suo completo passaggio nel cielo: la posizione del sole, infatti, va “fissata” sul terreno, consacrandolo, quando questo, uscendo sull’orizzonte dal “mondo dei morti” (il sottosuolo) non è ancora passato completamente nel “mondo dell’essere e dell’immutabilità” (il cielo), ma è sospeso nello stadio intermedio, corrispondente al nostro mondo dei vivi, cioè al “mondo del divenire”. Questo è l’attimo fuggente da cogliere. D’altra parte le fonti sono chiare: anche Romolo e Remo, secondo Ennio (Annales), attesero gli auspici sul monte prima dell’alba.

“Ed ecco la fulgida luce riappare raggiante, spinta fuori dal cielo e nello stesso tempo, lontano, dall’alto, volò un uccello bellissimo, di buon augurio, da sinistra (Cicerone, De divinatione).

Mentre Ennio (Annales):

“Appena sorge l’aureo sole, scendono dal cielo dodici corpi sacri di uccelli, si posano su luoghi fausti e bene auguranti”.

A questo punto Romolo, dopo il sacrificio di rito, scavato il pozzo o fossa (mundus) e gettatevi le primizie e la terra, costruisce un’ ara destinata al culto di Vesta e accende il fuoco sacro alla dea.

“O Giove, assistimi mentre fondo la città,

e tu, padre Marte, e tu, Madre Vesta;

osservatemi tutti, o dei che è pio invocare!

Sotto il vostro auspicio abbia inizio questa mia opera.

Abbia essa una lunga età e il potere sul mondo domato,

e sia sotto di lei il giorno che nasce e che tramonta.”

(Ovidio, Fasti)

E’ il momento della pronuncia del nome di Roma: quello segreto, quello pubblico (essoterico), quello sacro. Infine traccia il solco, poi i suoi uomini impastano la terra per erigere le mura.

E’ l’inizio della leggenda di Roma.

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Annamaria Zizza

Mi sono abilitata in Italiano e Latino e in Storia dell’Arte, sono passata di ruolo per l’insegnamento dell’Italiano e del latino nei Licei nell’anno 2000/2001.

Sono attualmente in servizio dal 2007/2008 al Liceo Classico “Gulli e Pennisi” di Acireale CT, dove ricopro il ruolo di docente a tempo indeterminato nel triennio del corso C.

Ho frequentato con esito positivo i seguenti corsi di aggiornamento/formazione:

– Didattica della lingua italiana;

– Tecnologie informatiche applicato al PNI e al Brocca;

– Valutazione scolastica;

– Valutazione e programmazione scolastica;

– Sicurezza nelle scuole;

– Didattica della letteratura italiana;

– Didattica della letteratura latina;

– rogramma di sviluppo delle tecnologie didattiche;

– Didattica breve nell’insegnamento del latino;

– Comunicazione

– Per una didattica della lettura e della narrazione;

– Autori, collane, libri, progetti editoriali: valorizzare la scuola attraverso la lettura;

– La dislessia

Ho tenuto in qualità di esperto due corsi PON sulle abilità di base per l’Italiano e uno sui connotati profetici nella Comedìa dantesca; ho svolto il ruolo di tutor in altri corsi PON ministeriali.

Sono stata per tre anni funzione strumentale nell’area “Supporto ai docenti”, direttrice di laboratorio multimediale, catalogatrice Dewey nella biblioteca scolastica, bibliotecaria, RSU, coordinatrice e segretaria di Consiglio di classe con frequenza annuale. Ho elaborato e tenuto il percorso di ricerca-azione “Sopravvivere alla vita: istruzioni per l’uso” nell’ambito della DLC.

Ho partecipato a svariate iniziative culturali come relatrice: dalla tavola rotonda organizzata dal Comune di Acireale sul saggio della prof.ssa Ferraloro inerente il romanzo di Tomasi di Lampedusa “Il gattopardo”, a conferenze di argomento letterario presso scuole, al progetto “Dante nelle chiese di Acireale”, organizzato dal vescovado (con relativa Lectura Dantis), al festival Naxoslegge con un’altra lectura Dantis e a presentazioni di libri.

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