Dante conosceva la letteratura araba, diffusa già dall’ VIII- IX secolo soprattutto nel Meridione d’Italia a causa della conquista della Sicilia, del ruolo di tramite commerciale che Venezia aveva assunto col mondo orientale e dei viaggi che viaggiatori arabi avevano compiuto anche nel nord Italia, portando con loro codici che probabilmente avevano trovato posto nelle biblioteche italiane.

Le glorie scientifiche e letterarie musulmane si erano diffuse largamente (specie durante il regno della dinastia abbaside) nei Paesi che si affacciavano sul Mediterraneo. Prova ne è, tra le altre, la presenza suggestiva nella Comedìa di riferimenti a luoghi, personaggi e parole di origine araba ormai assorbite dal volgare italiano. Ce lo dice Maria Corti, che sostiene come una delle fonti più evidenti della Comedìa sia proprio Il Libro della Scala di Maometto (Liber Scalae Machometi in latino o Kitāb al-miʿrāj  in lingua araba), tradotto in un ambiente assai favorevole alla circolazione di testi ed idee: la corte di Alfonso X detto El Sabio (il saggio), re di Castiglia, che fece tradurre dal medico Abraham in lingua castigliana l’opera originariamente in arabo.

La versione in castigliano è perduta, ma non altrettanto può essere detto per le traduzioni successive, una in lingua latina, il Liber Scalae, appunto, e un’altra in antico francese, Livre de l’Eschièle Mahomet, entrambe operate da Bonaventura da Siena ed è lo stesso Bonaventura, traduttore, copista e notaio, ad informarci della sua meritoria attività proprio nel prologo delle due traduzioni. Bonaventura era arrivato esule a Siviglia dalla Toscana, in un momento in cui, a fronte delle lotte tra schieramenti contrapposti, che esploderanno nella battaglia di Montaperti del 1260 tra Guelfi e Ghibellini, alcuni nutrivano la speranza che il nuovo imperatore Alfonso X, eletto nel 1257, riportasse ordine e pace in Italia.

Alfonso X el Sabio. Credits: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Alfonso_X_el_Sabio_(Ayuntamiento_de_Sevilla).jpg

Fu speranza vana, ma il clima culturalmente stimolante che si respirava a Siviglia fu foriero di sviluppi davvero inattesi, come la traduzione proprio del Libro della Scala, il racconto in forma di viaggio ultramondano con finalità escatologica che ha per protagonista Maometto e che si realizza nei due mondi ultraterreni allora codificati ed accettati sia nell’ Islam che nel Cristianesimo: Inferno e Paradiso, poiché l’idea di Purgatorio, da tempo nell’aria, fu conclamata dalla Chiesa di Roma solo a partire dal concilio di Lione del 1274.

Lo stesso Maometto, d’altra parte, è inserito all’Inferno nella nona bolgia dell’ottavo cerchio, dove sconta il suo peccato di seminatore di discordia (è artefice della divisione della Cristianità) facendosi squartare eternamente dal mento in giù da un diavolo armato di spada, mentre il genero Alì lo è dal mento “al ciuffetto”, poiché anche lui responsabile di un’ulteriore divisione religiosa, quella sciita. Per questo la “divisione” fisica subita continua in Alì, che aveva proseguito ciò che era stato iniziato dal suocero.

Questo il parere dei dantisti, mentre gli arabisti sostengono che Dante sapesse dell’eresia sciita. Ma un altro elemento, non simbolico e particolarmente suggestivo, ci fornisce in tutta evidenza una chiave interpretativa: il genero e cugino di Maometto fu assassinato da un fanatico con un colpo di spada (e il diavolo è armato di spada, arma di forte valenza teologica, anche nel mondo islamico) che gli fendette la fronte perforandogli il cervello e la sua morte sembra essere rappresentata nell’iconografia dantesca dal taglio dal mento ai capelli (il “ciuffetto”).

Maometto sembra dunque essere collegato al busto, Alì alla testa: questo potrebbe essere spiegato anche con la grande stima che il suocero nutriva per il genero, tanto che in un famoso hadith (racconto sulla vita del profeta) Maometto dice:  “Sono la città della sapienza e Ali, la sua porta.” Si tratta di una fonte molto autorevole perché i brevi aneddoti sulla vita del profeta si trovano raccolti nella Sunna, la seconda fonte più importante della religione islamica dopo il Corano.

In qualsiasi caso la posizione di Dante è ben definita e si esprime anche nei versi volutamente volgari con cui descrive la pena subita dal profeta dell’Islam:

Già veggia, per mezzul perdere o lulla,
com’io vidi un, così non si pertugia,
rotto dal mento infin dove si trulla.

Tra le gambe pendevan le minugia;
la corata pareva e ’l tristo sacco
che merda fa di quel che si trangugia.

Mentre che tutto in lui veder m’attacco,
guardommi e con le man s’aperse il petto,
dicendo: “Or vedi com’io mi dilacco!

vedi come storpiato è Mäometto!
Dinanzi a me sen va piangendo Alì,
fesso nel volto dal mento al ciuffetto.

E tutti li altri che tu vedi qui,
seminator di scandalo e di scisma
fuor vivi, e però son fessi così.

(If., canto XXVIII)

Molto è stato scritto sulla pena di Maometto e su come Dante reagisca alla sua vista. Appare evidente un certo disprezzo per la scelta sgradevole della pena e per le immagini utilizzate (le viscere che gli pendono tra le gambe, fino a dove – dice il poeta – si emettono peti e feci diventa ciò che si “trangugia”, o ancora una botte sfondata, e la botte, ricordiamolo, contiene generalmente vino, vietato dalla religione islamica). Maometto cerca compassione in Dante, che gliela rifiuta, aprendosi il petto con le mani e anche questo gesto può essere collegato a due aperture del petto (di cui questa del testo dantesco sarebbe la terza) operate sul giovane profeta dall’arcangelo Gabriele.

Maometto riceve la Rivelazione dall’Arcangelo Gabriele. Foto dal web senza crediti.

E’ altresì singolare che  Maometto rivolga a Dante una profezia, non indirizzata nello specifico al poeta fiorentino, ma ad un eretico, fra’ Dolcino, chiedendogli di avvisarlo perché si procuri molti viveri se vuole sperare di sopravvivere alla neve  e all’assedio dei Novaresi, rappresentati nel testo dal vescovo di Novara..

“Or dì a fra Dolcin dunque che s’armi,
tu che forse vedra’ il sole in breve,
s’ello non vuol qui tosto seguitarmi,

sì di vivanda, che stretta di neve
non rechi la vittoria al Noarese,
ch’altrimenti acquistar non saria leve”.

La profezia, una volta pronunciata, sarà accompagnata da un atto anch’esso singolare e probabilmente non casuale (niente nella Comedìa appartiene al caso): Maometto, che aveva alzato il piede dimenticando di abbassarlo davanti alla straordinaria affermazione di Virgilio secondo cui Dante era vivo, abbassa finalmente – e un po’ ridicolmente –

il piede, portando a compimento il suo gesto. Cosa avrà voluto Dante significare con quel gesto incompleto? Ridicolizzare ulteriormente il profeta dell’Islam o alludere ad una Cristianità monca e “defettiva”, di cui però neanche il profeta deteneva il controllo, sebbene all’epoca in cui Dante scrisse l’Inferno stava producendosi la “cattività avignonese”, che avrebbe portato la Curia romana in Francia e il controllo dell’elezione pontificia sotto l’egida del monarca francese?  Probabilmente no, visto che per Dante solo la Chiesa di Roma è interprete terrena della volontà di Dio.

Qualche commentatore ha fatto riferimento nel tempo alla profezia maomettana, sottolineando che Dante potrebbe avere inteso, dotandolo del dono della vista presbite, conferire dignità al personaggio del fondatore dell’Islam. Una lettura suggestiva ma non convincente, se si pensa che anche personaggi considerati abbietti da Dante, come Vanni Fucci, per fare un famoso esempio, gli avevano profetizzato l’esilio (If., XXIV canto). Altri sostengono che Maometto non appare colpito dalla sorpresa per l’affermazione di Virgilio perché era già andato ” a visitar l’uscio de’ morti”, come si evince dal Libro della Scala e che dunque la sua figura non appare, né potrebbe apparire in questo caso, ridicolizzata dal poeta fiorentino.

 Va inoltre specificato che la profezia di Maometto è post eventum, poiché fra’ Dolcino fu messo al rogo dopo atroci torture nel 1307 e la cantica è di quegli anni o di poco successiva.

Fra Dolcino. Foto dal web senza crediti.

La leggenda di Maometto circolava in ambienti medioevali. Lo possiamo evincere dagli scritti di  autori importanti vissuti tra XIII e XIV secolo, come Jacopo da Varagine, Brunetto Latini (maestro di Dante e autore del Tesoretto) e Fazio degli Uberti, autore del famoso Il Dittamondo, che in alcuni passaggi approfondisce la figura di Alì.

In particolare Brunetto Latini, collocato poi dal discepolo nel  VII cerchio tra i sodomiti, si era recato in Castiglia alla corte di Alfonso X per chiedere aiuto al sovrano per la  guelfa Firenze (come ci informa egli stesso), ed è dunque assai probabile che sia stato veicolo di trasmissione per lo stesso Dante del prezioso sapere contenuto  nel Libro della Scala. L’ambasceria non sortì effetti positivi, anche perché nel frattempo ci fu la battaglia di Montaperti che si concluse con la vittoria ghibellina.

Negli autori sopracitati Maometto è ritenuto o cristiano, e istigatore di uno scisma all’interno della Chiesa; o ammaestrato ed istruito da un prelato cristiano che, deluso di non esser stato fatto Papa e determinato a vendicarsi, scatena uno scisma nella cristianità, e fonda l’Islamismo che sarebbe, dunque, emanazione eretica del Cristianesimo. Questi, di nome Bahìra, aveva rivelato a Maometto il proposito di farne un profeta come Gesù e Mosé, e lo aveva istruito all’arte di accattivarsi la simpatia dei creduloni.

Bahìra, che aveva conosciuto Maometto quando quest’ultimo era ancora piccolo, come si può leggere nella più importante biografia del profeta, quella dello storico arabo Ibn Hishām, vissuto tra VIII e IX secolo, aveva riconosciuto in lui i segni dell’elezione e, per realizzare il suo scopo, scrisse il Corano e non esitò ad utilizzare espedienti truffaldini per imbrogliare la gente e farle credere che Maometto fosse un messaggero divino. Per la religione islamica, tuttavia, il Corano fu “dettato” da Allah, per il tramite dell’arcangelo Gabriele, direttamente all’analfabeta Maometto, che iniziò a predicarne il Verbo. Il Corano è emanazione diretta di Allah, a differenza della Bibbia che fu “ispirata” da Dio.

 Maometto, il cui nome viene corrotto nella letteratura occitanica in Bafometto, viene rappresentato nel Medioevo anche come capra sabbatica (una capra umanoide alata) o come idolo. Significativo è, a tal proposito, che alcuni crociati siano stati accusati di aver venerato in Terrasanta Bafometto e che da contaminazioni culturali e religiose abbiano avuto origine storie e racconti riconfluiti in opere letterarie e teologiche successive.

Il poeta Austorc D’ Aorlhac in un suo sirventese accosta ed identifica Bafometto (Bafometz) e Termanagat (Tervagan, che poi nel Morgante di Luigi Pulci diventerà un elemento della triade islamica costituita da Apollo, Maometto e Trivigante, e che ancor prima aveva dato vita nella Chanson de Roland ad una figura che , assieme a Maometto, rappresentava le forze pagane del male, sconfitte da Carlo Magno e sconsacrate dai musulmani («E Tervagan tolent sun escarbuncle/ E Mahumet enz en un fosset butent». Traduzione: E a Tervagante tolgono la rossa gemma e Maometto gettano in un fosso).  Così Austorc nel suo componimento “Ai! Dieus! Per qu’as facha tan gran maleza“:

Crestiantat vey del tot a mal meza;

tan gran perda no cug qu’anc mais fezes.

Per qu’es razos qu’hom hueymais Dieus descreza,

e qu’azorem Bafomet lai on es,

Servagan e sa companhia,

pus Dieus vol e Sancta Maria

que nos siam vencutz a non-dever,

e·ls mescrezens fai honratz remaner.

 Traduzione:

Vedo la cristianità completamente distrutta;

non credo che abbia mai sofferto una perdita così enorme.

Quindi è logico che la gente smetta di credere in Dio,

e che noi adoriamo Maometto,

Tervagan e la sua compagnia nel loro paese,

dato che Dio e Maria Santissima vogliono

che siamo ingiustamente conquistati,

e fanno sì che i miscredenti continuino ad essere onorati.

Nel Morgante di Luigi Pulci, pubblicato tra il 1478  e il 1483, appare il personaggio di Margutte, un “mezzogigante” figlio di una monaca greca e di un sacerdote islamico, che, dopo aver incontrato il gigante Morgante, viene esortato da quest’ultimo a descriversi. Margutte esegue, con una buona dose di ribalderia e di ironia dissacratoria:

E perch’io vorrei ber con un ghiacciuolo,
se Macometto il mosto vieta e biasima,
credo che sia il sogno o la fantasima;

ed Apollin debbe essere il farnetico,
e Trivigante forse la tregenda.
La fede è fatta come fa il solletico:
per discrezion mi credo che tu intenda.

L’influenza islamica sulla Comedìa fu ipotizzata da un’opera di capitale importanza, L’escatologia musulmana nella Divina Commedia di Miguel Asìn Palacios, apparsa nel 1919. L’analisi condotta da Palacios dei versi e dei riferimenti danteschi, specie quelli riferiti al Limbo, particolarmente suggestivi, provocò un terremoto nel mondo accademico e una netta separazione tra dantisti e arabisti.

Oggi la polemica è meno accesa e meno intrisa di dogmatismo, ma appare curiosa l’opinione dello studioso arabo Fuad Kabazi secondo cui la figura di Maometto sarebbe stata inserita da Pietro Alighieri, il figlio del poeta, per evitare al padre la fama di eretico (ed effettivamente la morte di Dolcino e la composizione dell’Inferno furono pressoché contemporanee), al posto della figura cui realmente si riferivano i versi: quella di Gherardo Segarelli, eretico anche lui, messo al rogo nel 1296, e di cui fra’ Dolcino fu seguace.

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Annamaria Zizza

Mi sono abilitata in Italiano e Latino e in Storia dell’Arte, sono passata di ruolo per l’insegnamento dell’Italiano e del latino nei Licei nell’anno 2000/2001.

Sono attualmente in servizio dal 2007/2008 al Liceo Classico “Gulli e Pennisi” di Acireale CT, dove ricopro il ruolo di docente a tempo indeterminato nel triennio del corso C.

Ho frequentato con esito positivo i seguenti corsi di aggiornamento/formazione:

– Didattica della lingua italiana;

– Tecnologie informatiche applicato al PNI e al Brocca;

– Valutazione scolastica;

– Valutazione e programmazione scolastica;

– Sicurezza nelle scuole;

– Didattica della letteratura italiana;

– Didattica della letteratura latina;

– rogramma di sviluppo delle tecnologie didattiche;

– Didattica breve nell’insegnamento del latino;

– Comunicazione

– Per una didattica della lettura e della narrazione;

– Autori, collane, libri, progetti editoriali: valorizzare la scuola attraverso la lettura;

– La dislessia

Ho tenuto in qualità di esperto due corsi PON sulle abilità di base per l’Italiano e uno sui connotati profetici nella Comedìa dantesca; ho svolto il ruolo di tutor in altri corsi PON ministeriali.

Sono stata per tre anni funzione strumentale nell’area “Supporto ai docenti”, direttrice di laboratorio multimediale, catalogatrice Dewey nella biblioteca scolastica, bibliotecaria, RSU, coordinatrice e segretaria di Consiglio di classe con frequenza annuale. Ho elaborato e tenuto il percorso di ricerca-azione “Sopravvivere alla vita: istruzioni per l’uso” nell’ambito della DLC.

Ho partecipato a svariate iniziative culturali come relatrice: dalla tavola rotonda organizzata dal Comune di Acireale sul saggio della prof.ssa Ferraloro inerente il romanzo di Tomasi di Lampedusa “Il gattopardo”, a conferenze di argomento letterario presso scuole, al progetto “Dante nelle chiese di Acireale”, organizzato dal vescovado (con relativa Lectura Dantis), al festival Naxoslegge con un’altra lectura Dantis e a presentazioni di libri.

1 COMMENTO

  1. Nell’iconografia religiosa etiopica ci sono, per quanto io be sappia, due raffigurazioni di Maometto, nudo, con le mani legate, a dorso di un animale ibrido, metà cammello e metà cavallo, condotto all’inferno da un diavoletto. Si trovano nella chiesa di Narga Sellase, sul lago Tana, e nella chiesa di Dabra Berhan Sellase a Gondar. Un’altra raffigurazione, un po’ diversa, di Maometto si,
    ha anche nella chiesa rupestre di Yohanni Me’aquuddi, nel Ger’alta

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