Pompei e i Greci. Storia di un incontro

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Visitando Pompei l’impressione è quella di una città che non si rivela mai con un’identità ben definita. Quella che vediamo è solo la parziale creazione di un centro secolare in cui genti e culture, sin dalle origini, ne hanno sempre assimilato, distrutto e trasformato l’anima. Anche del momento della sua fondazione Pompei non ci dà indizi. Considerarla una città magno-greca potrebbe apparire un errore storico, infatti non furono i Greci a fondarla, non ci sono pervenute consultazioni di oracoli né ci sono stati trasmessi i nomi di possibili ecisti.

Le origini, pur non avendo nessuna valenza storica, collegano l’evento della fondazione ad Eracle che di ritorno dalle sue fatiche passando per la Campania fondò la città, ma l’archeologia piuttosto, attraverso i suoi strati, rivela una Pompei complessa, in cui ancora molte informazioni sono da scoprire e svelare. Non avendo al momento nessun dato archeologico capace di gettare nuova luce su questo momento iniziale, la teoria tradizionale vuole che Pompei sia un centro nato dal sinecismo dei villaggi della Valle del Sarno in un clima di profonda trasformazione regionale tra la metà del VII secolo a.C. e gli inizi del VI secolo a.C. Pompei in questo periodo si è già dotata, come numerosi altri centri, di mura fortificate, forse di una piazza, di due aree sacre dedicate rispettivamente al culto di Apollo e di Atena, ma ignoriamo del tutto le forme istituzionali di governo. Le iscrizioni, provenienti per lo più da santuari connessi alle pratiche del rito, ci restituiscono iscrizioni etrusche, ma ignote rimangono le organizzazioni interne legate alla gestione della città. Quello che l’evidenza archeologica sottolinea è che a Pompei, così come doveva accadere per altri centri, gli scambi sono la linfa vitale nella trasmissione di saperi, arti e culture e non deve stupirci quindi che le maestranze che hanno lavorato nei due più importanti centri cultuali pompeiani siano di origini diverse.

Sima dal Tempio Dorico di Pompei Soprintendenza Pompei fine del VI secolo a.C. © Luigi Spina

Nel santuario di Apollo le maestranze sono cumane, nel santuario di Atena, costruito in pietra, forse di una bottega locale, dove però si mescolano idee artigianali provenienti da Poseidonia così come da Cuma. Queste tracce di contatti, di movimenti, che la ricerca archeologica tenta di ricostruire, ci fanno capire quanto si è perduto di una storia così complessa, fatta di scambi e di rimescolamenti, di ibridazioni e contaminazioni tra costumi e genti provenienti da uno scenario enorme come quello del Mediterraneo antico. Lo spazio in cui si intesse la storia della Pompei arcaica è quella del golfo di Napoli, con gli scali cumani a nord e quelli del Sarno a sud. Questo mondo conosce un profondo scossone con la tirannide di Aristodemo che aveva introdotto nuovi assetti nella città di Neapolis destabilizzando, seppur non sotto la diretta influenza, anche Pompei e i centri limitrofi. Nel 474 a.C. infatti scoppia un’epocale guerra combattuta tra cumani e quella parte del mondo etrusco presente nel golfo che porta alla vittoria di Cuma alleata di Ierone di Siracusa. Questa profonda rimodulazione trasformerà gli assetti della stessa Pompei di cui non avremo più notizie per molti anni.

Dischetto iscritto, forse da Cuma Napoli, collezione privata del principe Carafa, s. inv. Bronzo, diam. cm 8 fine del VII – VI secolo a.C. © Luigi Spina

Nelle stratigrafie pompeiane vi è infatti una profonda lacuna di documentazione che va dal secondo quarto del V secolo a.C. fino al 400 a.C. circa, in cui gli studiosi si interrogano se la città arcaica ricca e dinamica avesse cessato di vivere o quanto meno di essere popolosa ed estesa. Allo stato attuale della documentazione, non ci è dato sapere se il centro abitativo si sia contratto o una crisi generalizzata abbia portato ad un abbandono sistematico della città; una preziosa informazione ci viene però dai santuari indagati in profondità nel corso del tempo, quello di Apollo ed Atena in città e quelli extra-urbani di Fondo Iozzino e Sant’Abbondio, che non restituiscono, per quel periodo circoscritto, materiale votivo, come se nessuno si recasse più dalle divinità a chiedere aiuto o a portare offerte. Una netta ripresa si ha circa ottanta anni dopo, con un fenomeno ampio e profondo che trasformerà nuovamente il Mediterraneo, l’ellenismo. È il momento di rinascita per Pompei, della cosiddetta città sannitica che a partire dall’inizio del IV secolo a.C. tornerà a nuova vita e ad essere nuovamente un centro importante all’interno delle dinamiche insediative del golfo. I protagonisti vengono da fuori, sono genti che portano con sé nuova linfa, frutto di quel rinnovato fenomeno di mobilità e migrazioni che interessa buona parte dell’Italia centro-meridionale.

Frammento di cratere attico a volute con scena di kottabos, da Pompei, santuario di Apollo Soprintendenza Pompei Ceramica a figure rosse, alt. max. cm 10,5, lungh. max. cm 17, diam. ric. cm 42 470-460 a.C. © Luigi Spina

Il mondo greco sembra entrare appieno anche nelle pratiche di seppellimento dei morti. Recenti scavi hanno portato in luce, nella necropoli di Porta Ercolano, a Pompei, due tombe a cassa di IV secolo a.C., una maschile, l’altra femminile, in cui il corredo era composto da ricche ceramiche a figure rosse e vernice nera che presentano le forme da banchetto di tipica tradizione greca. Le decorazioni dei vasi, però, sembrano tradire un’ascendenza locale, siamo di fronte alla trasformazione del materiale assimilato dal mondo greco. Le tradizioni, la cultura, gli stili non vengono imitati, ma fatti propri, dando un tocco locale che vuole dimostrare che adesso il mondo greco è un affare totalmente assimilato e si avvia alla trasformazione mediante una produzione propria. Eppure questi fenomeni ci sembrano così lontani, stupefacenti, invece sono solo gli antenati della moderna globalizzazione. Il Mediterraneo è un centro di scambi multi culturale che fa viaggiare genti, idee, stili, culti e merci da luoghi remoti che si mescolano quasi con una facilità straordinaria all’elemento indigeno locale.

Statua di Apollo lampadoforo Soprintendenza Pompei bronzo, alt. cm 128, largh. cm 33 I secolo a.C. © Luigi Spina

Pompei parla etrusco tra gli strati elevati della comunità, comunica in greco nei luoghi del dio e usa il latino come lingua franca nelle transazioni commerciali e stupisce ancora di più quando adotta terminologie greche per descrivere ambienti di case che nulla hanno a che vedere con il mondo greco. Il mondo latino si adatta e rimodella il mondo greco a suo piacimento. Il greco a Pompei però è anche lingua dell’amore e della cura del corpo femminile in cui bisogna ricorrere per descrivere oggetti e idee ormai fatte pianamente proprie. Ma il mondo greco nel contesto vesuviano diventa anche collezionismo. Ritroviamo nelle domus piccoli oggetti originali greci, sculture o bronzi riadoperati o usati come arredi per giardino e i miti letterari dipinti sulle pareti delle domus che offrono così agli ospiti nuovi spunti di riflessione in contesti totalmente estranei alla storia originale. L’immagine assume una nuova identità, viene copiata, fatta propria e ora è pronta per un nuovo messaggio che navigherà nel nuovo mondo romano. Copie di originali lontanissimi, sono vissuti a loro volta come nuovi originali generando la fortuna di Pompei e non solo.

Pompei e i Greci: la mostra

Questa lunga riflessione ha così portato Massimo Osanna e Carlo Rescigno, ad organizzare una mostra dedicata proprio al tema “Pompei e i Greci”, promossa dalla Soprintendenza Pompei con l’organizzazione di Electa.

Pompei e i Greci è la storia di un incontro che ha portato nel corso dei secoli a mutare i tessuti connettivi di una città italica inserita in un contesto aperto, come quello della Campania. In mostra, seguendo artigiani locali, architetti, stili decorativi e storie locali si tenta di mettere a fuoco la complessità identitaria della città, instabile e mutevole per i continui scambi con culture ben definite come quella etrusca greca e italica. Gli oggetti che per la prima volta mettono in luce tratti inediti di Pompei, provengono dai principali musei nazionali ed europei e sono divisi in 13 sezioni tematiche che rileggono con le loro storie luoghi e monumenti della città vesuviana da sempre sotto gli occhi di tutti. L’obiettivo non è esporre oggetti che ricordino solo l’eco di nostalgia di Pompei verso il mondo greco, ma è mettere in scena, interpretando con gli oggetti, un complesso meccanismo di scambi che facevano del Mediterraneo l’assoluto protagonista di questa connessione fluida e stratificata. Al centro dell’esposizione è il Golfo di Napoli, fatto di mobilità, migrazioni e continui processi di contatti e trasformazioni, con i suoi traffici marittimi e fluviali che hanno impedito la formazione di culture statiche e monolitiche ma che ha creato città aperte dove anche lo scontro militare ha contribuito al transito di tradizioni artigianali e modi di pensare.

Materiale ceramico ritrovato durante gli scavi di Piazza Municipio, Napoli.

Gli oggetti sono così carichi di biografie che è impossibile non percepire le storie che si portano dietro, da chi li ha creati, a chi li ha usati, commercializzati o persi. Pompei si trova così al centro di un mondo molto più ampio che è quello della Magna Grecia con i suoi miti, i suoi monumenti e i suoi colori, in un viaggio espositivo che esce dai confini del Golfo di Napoli per arrivare a conoscere Enea nel mondo degli inferi al cospetto della Sibilla cumana, che si sofferma nel racconto della battaglia di Cuma grazie alle parole del poeta Pindaro e che prosegue il cammino fino a Poseidonia con i suoi bei templi per poi ritrovarsi sull’altro capo d’Italia, sulla costa ionica, la grande Sibari e il suo impero, da cui Paestum aveva tratto origine.

Statuetta della Sibilla, dall’acropoli di Cuma Cuma, Deposito ufficio scavi bronzo, alt. cm 9,4, largh. max. cm 3,2 fine dell’VIII secolo a.C. © Luigi Spina

La mostra è un viaggio, indietro nel tempo, con le tappe ben scandite dalle vetrine ricche di reperti tra ceramiche, armi, elementi architettonici, sculture, provenienti oltre che da Pompei anche dai siti di Ercolano, Stabiae, Cuma, Capua, Poseidonia, Metaponto e Torre di Satriano, oltre che iscrizioni epigrafiche nelle diverse lingue parlate nel golfo tra cui il greco, l’etrusco e il paleoitalico. Con l’occasione, in Italia ritornano anche preziosi documenti come gli elmi donati a Olimpia dal tiranno di Siracusa, Ierone, per celebrare la vittoria dei cumani sugli etruschi, ma ci sarà anche l’esposizione di prestigiosi reperti come alcuni frammenti di un monumentale cratere proveniente da Altamura, in Puglia, in cui vi è impressa la storica battaglia tra Alessandro il Grande e Dario III re di Persia ad Isso nel 333 a.C. e che ritroveremo, secoli dopo, nello stesso schema, nel mosaico della casa del Fauno a Pompei. Inoltre, a partire da due scarichi, uno rinvenuto nell’Agorà di Atene, l’altro presso i portici del foro di Pompei, si osserveranno le similitudini degli usi e degli oggetti di uso comune tra due città nell’avanzato II secolo a.C.

Ulisse e le Sirene

Dario Franceschini centra l’elemento focale della mostra: “Dal mare le storie pompeiane spalancano gli orizzonti di Oriente, Grecia e Asia Minore, l’attuale Turchia, un fluire ininterrotto di piccole e grandi città, di creazioni artistiche e artigianali preziose, di merci raffinate e costose giunte sulle navi fino in Occidente. E a bordo di una di queste navi si approda al porto di Neapolis, recentemente scoperto con i lavori della Metropolitana di Napoli, e da qui a Pompei dove, grazie a questa mostra, comprendiamo in pieno di essere cittadini mediterranei”.

Il luogo deputato all’esposizione della mostra è la Palestra Grande di Pompei, scelta dall’architetto Bernard Tschumi per la sua semplicità e per l’ordine incalzante del colonnato che circoscrive un’ampia corte centrale aperta. Gli ambienti interni che ospitano le sezioni tematiche sfruttano già una precedente struttura leggera in metallo, nel quale sono state create alcune aperture vetrate che permettono ai visitatori di percepire il magnifico ambiente. Tali aperture diventano sempre più ampie finché non si raggiunge la fine della galleria chiusa da cui poi vi è l’uscita. I temi della mostra sono separati da veli sospesi che ospitano testi, immagini e proiezioni e in ricordo degli stili greci, così ricchi di colori brillanti, anche le pareti della galleria espositiva non possono non essere colorati. Ad ogni sezione che diventa dunque un ambiente a sé stante è attribuito un colore diverso quasi che il colore sia un elemento divisorio dal tema successivo. I reperti sono valorizzati all’interno di teche grazie a luci artificiali direzionali e rafforzati nell’intento del racconto anche da tre eventi multimediali a cura di Graphic e-Motion che evocano diversi episodi della civilizzazione greca di Pompei.

LE SEZIONI DELLA MOSTRA

  1. Una grammatica greca di oggetti

Odisseo percorre il Mediterraneo, da Oriente giunge in Occidente. Del suo mitico viaggio e dell’incontro del mondo greco con le culture mediterranee abbiamo muti, solidi testimoni: sono gli oggetti, passati di mano in mano, trasportati ammassati nella chiglia di una nave, ricreati dalla sapienza manuale di un artigiano. Sopravvissuti al naufragio dell’antico, sono per noi parole di un racconto, testimoni del culto di un eroe, di una cerimonia votiva, parte di una rassegna di immagini intorno al tempio di una dea, incunaboli di vita privata.

2. Pompei prima di Pompei

Alla foce del fiume Sarno e lungo la sua vallata il contatto con il mondo greco inizia ben prima della fondazione della città, con i villaggi che precedono Pompei. Nelle necropoli di Striano, nell’insediamento perifluviale di Longola ai materiali indigeni si sommano reperti greci, provenienti da scambi commerciali innescati con le rotte mediterranee di passaggio per la foce del fiume, o giunti per il tramite delle città greche o etrusche presenti in Campania.

3. Gli spazi della città

Pompei viene fondata alla fine del VII secolo a.C. Lo spazio cittadino è suddiviso da strade regolari in cui si distribuiscono case e luoghi pubblici. Una geometria di santuari, con templi dalla ricca decorazione policroma, scandisce il tempo del politico e del sociale. La nuova città, italica, con forti presenze stanziali etrusche, viene costruita anche ricorrendo a maestranze greche, ad artigiani che potremmo trovare attivi a Cuma, Poseidonia, Capua e Metaponto.

4. La non città: un palazzo italico

Altrove il sapere greco diversamente incontra il mondo indigeno. La reggia del re di un insediamento lucano, a Torre di Satriano, viene decorata come un tempio da artigiani tarantini. Il palazzo diventa il microcosmo delle relazioni sociali, del controllo del territorio e delle sue risorse. Linguaggi, stili, mode greche si adattano a una realtà non urbana, con esiti di eccezionale importanza, straordinariamente conservati, come il magnifico tetto decorato da una primitiva, minacciosa Sfinge e da lastre con scene di combattimento. La riscoperta del palazzo di Torre Satriano ha permesso di conoscere uno spaccato significativo della cultura indigena: lo spazio del potere, dove le formule di derivazione ellenica sono reinterpretate nella rappresentazione dell’autorità del signore del luogo.

5. Il sacro e il politico

In Campania, di questo adattarsi delle forme culturali, abbiamo numerose testimonianze. Da Cuma si diffonde il culto di Apollo e della divina Sibilla, si affermano pratiche politiche e sociali. La cavalleria campana era il corpo dei giovani aristocratici, basata su di un fermo apprendistato, su riti di iniziazione, strutture e cerimonie che ritroviamo a Cuma, greca, come a Capua, etrusca e poi italica. I contatti tra i centri erano assicurati da trattati e alleanze, sanciti all’ombra dei templi, ricordati da cerimonie e iscrizioni. In Campania, con la fondazione di Poseidonia, si affaccia la potente Sibari, la città achea, nell’attuale costa ionica di Calabria, che intorno a sé aveva costruito un impero: una laminetta, esposta nel santuario di Olimpia, ricorda l’alleanza costruita tra la città e il popolo tirrenico dei Serdaioi, testimone la città di Poseidonia.

6. Un mondo multietnico

Sotto i nostri occhi si compone un mondo variegato di genti, che parlano lingue diverse, manipolano gli stessi oggetti, ma ne personalizzano l’uso adattandoli alle proprie esigenze, praticano un commercio per piccoli scali, dove il sapere si mescola con le partite di merci. Nei porti di Pompei e Sorrento, a Partenope o presso il Rione Terra di Pozzuoli, allora sede di un piccolo scalo cumano, avremmo potuto udire parlar greco, etrusco, italico.

7. La battaglia di Cuma

La fondazione di Neapolis, la nuova città al centro del golfo voluta da Cuma, che si affianca a Partenope ereditandone il culto della Sirena, crea una brusca frattura, interrompe il flusso composito di idee e merci, crea nuove forme di identità. Gli Etruschi vengono affrontati in una battaglia navale e sconfitti dai Cumani con l’aiuto dei Siracusani. Pompei si contrae, un vecchio mondo tramonta. Ancora una volta il lontano santuario di Olimpia registra gli eventi storici campani: nella dedica di una decima del bottino da parte del vincitore Ierone, tiranno di Siracusa, che graffia sulla superficie del lucido bronzo il ricordo della vittoria, trasformando l’evento in ricordo perenne grazie ai versi di un’ode di Pindaro.

8. Neapolis, materiali dai fondali del porto

Della nuova città, Neapolis, possediamo il racconto narrato dalle merci che si depositarono nel tempo sui fondali del porto: ritroviamo le voci di una città greca che vive e respira nel Mediterraneo. Tramite il suo porto imponente, Neapolis raggiunge luoghi lontani e ne condivide usanze, costumi, mode, specchio dinamico per nuove, infinite identità greche.

9. Un nuovo mondo

Un nuovo mondo si apre, Oriente e Occidente si toccano. Pompei rinasce al seguito dei grandi eventi innescati nel Mediterraneo dall’epopea di Alessandro Magno e della famiglia macedone, dell’espansione progressiva di Roma. I racconti della conquista d’Oriente arrivano per immagini e scopriamo in un vaso apulo l’immagine della battaglia di Alessandro contro Dario che ritroveremo, secoli dopo, a Pompei, nel Gran Mosaico della casa del Fauno. La città, nel corso del II secolo a.C., è parte dell’universo ellenistico, ricercata per architetture pubbliche e private, colorata da affreschi, impreziosita da fregi in terracotta. Due scarichi, uno da Atene, il secondo da Pompei, testimoniano, con le dovute differenze, la comunanza di pratiche sociali, le similitudini nella ricerca di agi e modi di concepire la vita e i suoi piaceri.

10. Vivere alla greca

Il mondo greco entra a far parte del lessico quotidiano, utilizzato, esibito, consumato. Dalla casa di Giulio Polibio e da quella del Menandro provengono ricchi corredi di suppellettili che raccontano di culture composite in cui il mondo greco trova il suo ampio spazio tramite originali o oggetti imitati e ricreati. Le argenterie di Moregine trasportano in Campania un po’ del lusso delle vecchie regge ellenistiche.

11. Conservare oggetti greci

La passione per il mondo greco diventa, infine, collezionismo. Oggetti antichi sono richiesti, acquistati ed esposti nelle case. Di questa passione e delle sue distorsioni, abbiamo uno specchio significativo nelle storie di Verre, il potente romano accusato da Cicerone per le sue ruberie di opere d’arte in Sicilia.

12. La lingua greca a Pompei

Accanto al latino si usa il greco: ovviamente per transazioni commerciali ma anche come lingua dell’emozione, del sentimento, della cultura. Le stanze delle case acquistano nomi greci, la cura del corpo e il mondo dell’amore si rivestono di parole greche, i bambini imparano a utilizzare l’alfabeto greco, ritroviamo il nome di Eschilo iscritto su di un gettone teatrale.

13. Atene a Pompei

Nelle statue diffuse in spazi pubblici e privati, in giardini, peristili e cortili, in sale di rappresentanza ritroviamo le opere mirabili dell’arte greca imitate e riprodotte. Un pezzo di Atene migra a Pompei, trasmettendo il ricordo di Afrodite e di Kore così come apparivano presso l’acropoli ateniese.

Una mostra ben riuscita, soprattutto nel connubio esposizione – racconto, laddove si presenta al pubblico una realtà multietnica frutto di incontri e scontri millenari, una realtà non distante dalla nostra che ancora una volta si sviluppa attorno a quella culla secolare di etnie che è il bacino del Mediterraneo.

Info mostra: http://mostrapompeigreci.it/

GALLERY: 

 

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Alessandra Randazzo

Studia Lettere Classiche presso il DICAM dell’Università di Messina. Ha ricoperto il ruolo di redattrice e social media manager per www.mediterraneoantico.it e attualmente per la testata Made in Pompei, inoltre è Ufficio Stampa per la società di videogames storici Entertainment Game Apps, Ltd.
Durante la carriera universitaria ha partecipato a numerose campagne di scavo e ricognizione presso siti siciliani e calabresi.
Per la cattedra di Archeologia e Storia dell’arte Greca e Romana presso il sito dell’antica Finziade, Licata (AG) sotto la direzione del Prof. G.F. La Torre, febbraio-maggio 2012; per la cattedra di Topografia Antica presso Cetraro (Cs) sotto la direzione del Prof. F. Mollo, luglio 2013; per la cattedra di Topografia Antica e Archeologia delle province romane presso il sito di Blanda Julia, scavi nel Foro, Tortora (Cs) sotto la direzione del Prof. F. Mollo, giugno 2016.
Ha inoltre partecipato ai corsi di:
“Tecnica Laser scanning applicata all’archeologia” in collaborazione con il CNR-IPCF di Messina, gennaio 2012;
Rilievo Archeologico manuale e strumentale presso l’area archeologica delle Mura di Rheghion – tratto Via Marina, aprile-maggio 2013;
Analisi e studio dei reperti archeologici “Dallo spot dating all’edizione”, maggio 2014; Geotecnologie applicate ai beni culturali, marzo-aprile 2016.
Collabora occasionalmente con l’ARCHEOPROS snc con cui ha partecipato alle campagne di scavo:
“La struttura fortificata di Serro di Tavola – Sant’Eufemia D’Aspromonte” sotto la direzione della Dott.ssa R. Agostino (Soprintendenza per i Beni Archeologici della Calabria) e della Dott.ssa M.M. Sica, 1-19 ottobre 2012;
Locri – Località Mannella, Tempio di Persefone sotto la direzione della Dott.ssa R. Agostino (Soprintendenza per i Beni Archeologici della Calabria), ottobre 2014;
Nel marzo 2014 ha preso infine parte al Progetto “Lavaggio materiali locresi” presso il cantiere Astaldi – loc. Moschetta, Locri (Rc) sotto la direzione della Dott.ssa M.M. Sica.

Collabora attualmente con la redazione di: www.osservarcheologia.eu

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