L’area archeologica del Jebel Barkal, nel Sudan del nord, è patrimonio mondiale UNESCO dal 2003.

Il sito prende nome dalla montagna (in arabo: jebel, جبل) che ne domina il paesaggio: un rilievo di arenaria, alto circa 80 metri, che si staglia su una piatta distesa desertica intervallata da arbusti. Poco lontano scorre il Nilo – in questa zona a ritroso, da nord-est a sud-ovest – e rende fertili le rive, consentendo il prosperare di una zona di coltivazioni di palme da dattero (Fig. 1).

Fig. 1 – L’area del Jebel barkal. Foto di Francesca Iannarilli

A nord-est del Jebel Barkal si estende la moderna cittadina di Karima, localizzata 400 km a nord di Khartoum e 600 a sud del confine egiziano. Qui la Missione Archeologica Italiana in Sudan ha abitato e operato nei suoi 45 anni di attività sul campo.

L’attività della Missione Italiana ha inizio nel 1973 con Sergio Donadoni (fig. 2), professore ordinario di Egittologia presso l’Università di Roma “La Sapienza”. Donadoni aveva già lavorato in diversi siti compresi tra Aswan e la seconda cateratta ma, essendo parte del comitato UNESCO per il salvataggio delle antichità nubiane che rischiavano di essere sommerse dalle acque del lago Nasser, gli fu chiesto di proseguire l’attività oltre il confine egiziano, in territorio sudanese.

Fig. 2 – Sergio Donadoni a Merowe, 1992, il Jebel Barkal sullo sfondo. Foto Franco Lovera.

Donadoni assunse inizialmente il compito di salvare dalla sommersione la chiesa medioevale di Sonqi Tino, un sito difficilmente raggiungibile localizzato presso la seconda cateratta del Nilo. La missione consentì di sottrarre alle acque i dipinti murari della chiesa, oggi restaurati e conservati al National Museum of Sudan di Khartoum; una piccola parte di essi andò anche al Museo dell’Università di Roma dedicato all’Egitto (oggi Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo) che lo stesso Donadoni aveva allestito, e ai Musei Vaticani.

Terminati i lavori a Sonqi, le autorità sudanesi prospettarono a Sergio Donadoni la possibilità di lavorare in un nuovo cantiere archeologico in Sudan: la scelta ricadde sul Jebel Barkal.

Già raccontato da Frédéric Cailliaud all’inizio dell’Ottocento, e poi illustrato da Richard Lepsius nei suoi Denkmäler aus Ägypten und Äthiopien, il sito era stato oggetto di scavo a inizio Novecento, da parte di Wallis Budge per conto del British Museum prima e di Richard Reisner per il Museum of Fine Arts di Boston poi.

Il primo cantiere della squadra italiana al Jebel Barkal fu aperto nella primavera del 1973, in un’area a ridosso del Nilo minacciata dall’espansione delle coltivazioni di palme da dattero. Donadoni portò in luce i resti affioranti di due templi, uno in pietra e l’altro in mattoni. Alcuni oggetti allora recuperati nell’area templare sono oggi conservati presso il Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo della Sapienza Università di Roma.

Si dovrà attendere il 1978 perché gli archeologi italiani scoprano il Palazzo Reale B1500, destinato a diventare il fulcro dell’attività di ricerca dei successivi quarant’anni. L’attribuzione dell’edificio al sovrano meroitico Natakamani è frutto del rinvenimento, nel 1984, di una stele in arenaria all’interno del settore monumentale del Palazzo. Il testo, diviso in dodici linee e scritto in meroitico corsivo, riporta i nomi di Amanitore e Arikankharor, rispettivamente moglie e figlio del re Natakamani, vissuto nel I sec. d.C. Da allora l’edificio B1500 è designato “palazzo di Natakamani”. È probabile che il nome del re fosse originariamente inciso sulla prima riga della stele, oggi completamente perduta[1].

Al regno di Natakamani si data l’ultima fase monumentale di Napata. Il suo programma architettonico vede la costruzione di un insieme di strutture con destinazione e dimensioni varie, incentrati sul grande Palazzo Reale B150; questo, infatti, non rappresenta un elemento isolato nel settore nord di Napata, ma costituisce il nucleo di un intero sistema di edifici.

Del Palazzo rimane oggi la sola piattaforma di fondazione: una struttura in mattoni di fango con pianta quadrata di 61 m di lato conservata per un’altezza di circa 1.80 m. Questa piattaforma articolata a casematte consentiva di sopraelevare la struttura rispetto al terreno circostante per renderla più visibile e proteggerla dalle inondazioni; inoltre costituiva una base solida su cui si impostavano i piani superiori del palazzo, che in origine doveva raggiungere i 10 m di altezza[2] (Fig. 3)

Fig. 3 – Palazzo di Natakamani (B1500). Ricostruzione di Silvia Callegher

La monumentalità del B1500 è stata nel tempo confermata anche dal rinvenimento di diverse statue di leoni in arenaria[3] che dovevano decorare e difendere almeno tre dei suoi quattro accessi; il leone, nel panorama culturale meroitico può essere associato ad Apedemak, «dio creatore», che riveste spesso un ruolo di guardiano e protettore degli ingressi[4]. Tre di queste statue, ancora integre, sono oggi conservate presso il Museo del Jebel Barkal, nella città di Karima (Fig. 4).

Fig. 4 – Statue di leoni in arenaria, Jebel Barkal Museum, Karima.

L’architettura del palazzo reale di Natakamani è caratterizzata da una commistione di tradizioni differenti rielaborate in nuovi modelli originali. Le facciate erano interamente intonacate di bianco di calce e interrotte, a intervalli regolari, da lesene policrome, in giallo, rosso e blu[5]. Anche le basi di colonna e i capitelli del peristilio centrale erano intonacati e dipinti. L’analisi del peristilio condotta negli anni Novanta dal disegnatore Sergio Barberini[6] sugli elementi architettonici in crollo ha permesso di ipotizzare che la struttura fosse costruita su due livelli, ciascuno segnato da un uguale numero di colonne, raccolte intorno a uno spazio centrale aperto che funge da corte esterna principale del palazzo. La superficie dei muri esterni era, inoltre, fregiata dall’alternanza di terrecotte smaltate verde chiaro e blu-egizio, con i più vari motivi decorativi: dal dio-leone Apedemak sul crescente lunare, soggetto tipico del panorama culturale meroitico, al segno protettivo sA di tradizione egiziana, fino ai volti dionisiaci e alle menadi in atteggiamento apoteotico di tradizione ellenistica[7] (Fig. 5)

Fig. 5 – Tondo in terracotta smaltata con menade che tiene grappoli d’uva. Mostra “Il Leone e la Montagna” a Venezia. Provenienza originale: Palazzo di Natakamani. Luogo di conservazione: Sudan National Museum Khartoum

Lo scavo di questo imponente edificio ha occupato quasi quarant’anni di lavori per la Missione Archeologica Italiana: nel 1989 il prof. Donadoni, per limiti di età, lascia la direzione, affidandola ad Alessandro Roccati, professore di Egittologia a Roma prima e a Torino poi.

Una grave inondazione aveva appena sommerso molte abitazioni di Karima, comprese la casa della Missione e l’area archeologica, che rimase allagata per mesi; a ciò si aggiungeva la complessa situazione politica del Sudan, che proprio in quegli anni vedeva l’emergere di un nuovo governo militare[8]. Nonostante tutto, l’attività archeologica al Palazzo di Natakamani non si fermò.

Nel 2011 la direzione della Missione passa a Emanuele Ciampini, docente di egittologia dell’Università “Ca’ Foscari” di Venezia. Il nuovo team, costituito da specializzandi e giovani ricercatori[9], porta avanti da allora un’idea di rinnovamento del sito, tesa all’indagine archeologica, alla conservazione e a una più agevole fruizione da parte dei visitatori (Fig. 6). La Missione è supportata dal Fondo Scavi Ca’ Foscari, dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e, dal 2014 al 2018, è stata parte del programma di finanziamento internazionale Qatar-Sudan Archaeological Project (QSAP), avviato dagli stati del Qatar e del Sudan con gli obiettivi di sostenere l’esplorazione del ricco patrimonio sudanese, contribuire alla sua conservazione e promuovere il turismo nazionale e internazionale nei siti di interesse culturale[10].

Fig. 6 – Il team dell’Università Ca’ Foscari di Venezia che opera presso il Jebel Barkal, sotto la direzione di Emanuele Ciampini

Tra il 2012 e il 2017 lo scavo del quadrante sud-occidentale del Palazzo B1500– l’ultimo settore che non era ancora stato indagato – ha consentito di individuare una sovrapposizione di fasi, marcate dalla presenza di strutture di diverse dimensioni e tecnica muraria, alcune delle quali precedenti al grande progetto costruttivo di Natakamani (Fig. 7) [11].

Fig. 7 – Area sud-ovest del Palazzo di Natakamani (B1500) con evidenziate le diverse fasi costruttive.
Fotomosaico di Martino Gottardo

L’esistenza di una fase costruttiva più antica è stata evidenziata anche dalle ultime campagne di scavo (2018 e 2019), focalizzate su altre strutture architettoniche esterne al palazzo regale ma, probabilmente, ad esso connesse. Si tratta degli edifici B2100 e B2200, già parzialmente esplorati nei primi anni Duemila, ma attualmente oggetto di una indagine più analitica e rigorosa: il primo (B2100), interpretato come un chiosco per la presenza ordinata di basi di arenaria affioranti in superficie; il secondo (B2200), caratterizzato dalla presenza di due vasche in pietra e di un corridoio che doveva consentire il defluire dell’acqua[12]. Gli ultimi scavi[13] hanno, sinora, portato all’identificazione di un nuovo imponente edificio posto tra i due, il B4000 (Fig. 8), completamente costruito in mattone crudo e privo di elementi architettonici in pietra, la cui datazione sarebbe da collocarsi tra il III e il II secolo a.C., dunque, ben tre secoli prima del sovrano meroitico che fa erigere il B1500.

Fig. 8 – Da sinistra: edifici B2200, B4000 e B2100. Fotomosaico di Martino Gottardo

Si tratta di un’interessante scoperta che apre nuovi orizzonti d’indagine su tutta la fase costruttiva dell’area precedente la realizzazione del distretto regale di Natakamani.

Nel 2019 la Missione ha, inoltre, dato vita alla mostra “Il Leone e la Montagna. Scavi Italiani in Sudan”, un evento espositivo durato cinque mesi che si è mosso tra Roma (Museo di Scultura Antica Giovanni Barracco) e Venezia (Università Ca’ Foscari, sede di Ca’ Bottacin), presentando al pubblico materiali arrivati in Italia dal Sudan per la prima volta. Il fine ultimo era quello di diffondere la conoscenza di una realtà storico-geografica ancora poco nota e di una cultura che fa da ponte tra Africa, Egitto e Mediterraneo. A tale scopo, l’allestimento ha inteso mostrare una ricostruzione della città regale voluta da Natakamani, ma anche la storia della stessa Missione Italiana al Jebel Barkal e dell’evoluzione nelle sue modalità di approccio allo scavo e alla divulgazione archeologica.

Prodotto editoriale di questo evento è il catalogo[14] che porta lo stesso titolo della mostra ma che raccoglie, oltre alle schede di ogni oggetto esposto, anche i contributi archeologici e storici dei membri presenti e passati della Missione Archeologica Italiana in Sudan, in memoria del suo Fondatore.

Copertina del catalogo. E. M. CIAMPINI – F. IANNARILLI (a cura di) Il leone e la montagna. Scavi italiani in Sudan. Gangemi Editore spa 2019

[1] LECLANT, J.  – CLERC, G., Fouilles et travaux en Égypte et au Sudan,1983-1984. Orientalia, 54 (1985), p. 399.

TIRADRITTI, F., Stele di Amanitore e Arikankharor dal “Palazzo di Natakamani” al Gebel Barkal. Vicino Oriente, 8 (1992), pp. 69-75.

[2] CALLEGHER, S., The Meroitic palace B1500 at Napata – Jebel Barkal an architectural perspective, MA final thesis, Venezia (2017), pp. 37-44.

[3] DONADONI, S. Excavation of University of Rome at Natakamani palace (Jebel Barkal). Kush, XVI (1993) p. 103.

[4] IANNARILLI, F. – CALLEGHER, S. – PANCIN, F., Under the lion’s shadow. Iconographic evidence of Apedemak in the Meroitic Royal District at Napata. Current Research in Egyptology 2018 Proceedings of the Nineteenth Annual Symposium, Czech Institute of Egyptology, Faculty of Arts, Charles University, Prague, 25–28 June 2018, pp. 55-65.

[5] PANCIN, F., A Colourful Palace. An analysis of plasters and pigments in the Palace of Natakamani (B1500) at Jebel Barkal, Sudan. SISBA Thesis, Venezia (2018).

[6] BARBERINI, S. Gebel Barkal (season 1998): Reconstruction of the courtyard in B1500. In: Godlewski, W. and Lajtar, A. (eds.), Between the Cataracts, PAM Supplement Series 2/2 = Proceedings of the 11th International Conference for Nubian Studies (Warsaw, August 27-September 2 2006). Warsaw (2010) pp. 169-180.

[7] TAURINO, S. Glazed terracotta decorations from the palace of Natakamani (B1500) at Napata: a typological and iconographical analysis. Italian Archaeological Mission in Sudan at Jebel Barkal (Università Ca’ Foscari, Venice). Current Research in Egyptology 2017 Proceedings of the Eighteenth Annual Symposium University of Naples, “L’Orientale” 3–6 May 2017 (2018), pp.210-225.

[8] IANNARILLI, F. Il Sudan come colonia. Spunti di riflessione sulla questione sudanese nel panorama mondiale in L. Vasapollo (a cura di), “Oro nero. Come l’Arabia Saudita e il Golfo Persico condizionano l’Occidente”, Roma (2018), pp. 219-227.

[9] https://sites.google.com/view/egittologiavenezia/scavo/membri-della-missione

[10] https://www.qsap.org.qa/en/

[11] CIAMPINI, E. M. The royal district of Natakamani at Napata. Report of the Season 2016-2017; Report of the Season 2017-2018. Gli ultimi report della Missione sono scaricabili da: https://unive.academia.edu/FrancescaIannarilli/Drafts .

[12] CIAMPINI, E. M. The Italian Excavations at Gebel Barkal: a royal hammam (B 2200: seasons 2008-2009). The Kushite World Proceedings of the 11th International Conference for Meroitic Studies Vienna, 1 – 4 September 2008, Vienna (2015), pp. 369-379.

[13] CIAMPINI, E. M. The royal district of Natakamani at Napata. Report of the Season 2018-2019.

[14] E. M. CIAMPINI – F. IANNARILLI (a cura di) Il leone e la montagna. Scavi italiani in Sudan. Gangemi Editore spa 2019.

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Francesca Iannarilli

Francesca Iannarilli è Assegnista di Ricerca e Cultore della Materia per la cattedra di Egittologia dell’Università Ca’ Foscari di Venezia.
Laureatasi presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, ha poi conseguito a Ca’ Foscari il Dottorato di Ricerca in Storia Antica e Archeologia, con tesi in Egittologia dal titolo: “Trattare l’immagine. Elaborazione e manipolazione della figura umana nei Testi delle Piramidi”.
Dal 2014 lavora come archeologa e assistente del Direttore per la Missione Archeologica Italiana in Sudan – Jebel Barkal; nell’ambito di questa attività ha coordinato la mostra “Il Leone e la Montagna. Scavi Italiani in Sudan”, recentemente ospitata a Roma e Venezia, e ne ha curato il catalogo.
Dal 2016 collabora, in qualità di archeologa ed egittologa, con la Missione dell’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro (ISCR) di Roma, per il Progetto di conservazione del Tempio di Mut, al Jebel Barkal.
Tra i contributi più recenti: “La pietra al Jebel Barkal” in Il Leone e la Montagna. Scavi italiani in Sudan, Roma, Gangemi Editore 2019; “Write to Dominate Reality: Graphic Alteration of
Anthropomorphic Signs in the Pyramid Texts” in Journal of Ancient Egyptian Interconnections vol. 17 (2018); “sTi ddwn: The Scent as mark of Divinity and Otherness” in SMSR, vol. 84 (2018).

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