Camminando tra le vestigia di siti archeologici sparsi nel mondo, vi sarà capitato di imbattervi in antiche iscrizioni lasciate dai viaggiatori che, nei secoli, hanno visitato quei luoghi. Non semplici graffiti, ma veri e propri commenti: impressioni, giudizi, firme, indicazioni sulla provenienza e perfino sulla professione di chi li incise. Testimonianze che ricordano sorprendentemente le moderne recensioni di viaggio. Evidentemente, proprio come accade oggi, anche allora si avvertiva il bisogno di lasciare traccia della propria esperienza.
Mai nessun luogo fu risparmiato da questa pratica, neppure la Valle dei Re.

KV9 – Tomba di Ramesse VI (ph. M. Bogacki – Archiwum CAŚ UW)

Un esempio emblematico è la KV9, la sepoltura del faraone della XX dinastia Ramesse VI, iniziata per il suo predecessore Ramesse V e poi utilizzata dal figlio del grande Ramesse III. Celebre per l’architettura monumentale e i vivaci cicli pittorici, la tomba è nota anche per le migliaia di incisioni lasciate dagli antichi visitatori nel corso dei secoli, soprattutto in epoca greco-romana.

Iscrizioni nella KV9 – Tomba di Ramesse VI (ph. M. Bogacki – Archiwum CAŚ UW)
Lo studio e l’individuazione delle iscrizioni nella KV9 – Tomba di Ramesse VI (ph. M. Bogacki -Archiwum CAŚ UW)

La KV9 non è l’unico luogo dell’antico Egitto a conservare simili testimonianze, ma negli ultimi anni i suoi graffiti sono stati oggetto di uno studio approfondito da parte di un team dell’Università di Varsavia specializzato in epigrafia. Analizzando le iscrizioni incise o dipinte su pareti e soffitti dell’ipogeo, gli studiosi hanno scoperto una straordinaria varietà di voci. Tra queste, una colpisce per la sua schiettezza disarmante: «L’ho visitata e non mi è piaciuto niente ad eccezione del sarcofago». Una critica degna di una recensione a una stella, scolpita però per l’eternità.

Iscrizioni nella KV9 – Tomba di Ramesse VI (ph. M. Bogacki – Archiwum CAŚ UW)

Al di là dei giudizi più severi, la sepoltura di Ramesse VI resta una delle più affascinanti della necropoli tebana. Le pareti decorate e la maestosità degli ambienti hanno attirato viaggiatori e curiosi per secoli, rendendola una meta ambita ben prima dell’era del turismo di massa. Ce lo raccontano tutte le iscrizioni lasciate dal Periodo Romano fino all’Ottocento. Lasciare il proprio segno era quasi una consuetudine, una pratica che attraversò i secoli e che, purtroppo, non è del tutto scomparsa nemmeno oggi. Tra le firme si leggono i nomi di filosofi greci, prefetti romani e viaggiatori europei facoltosi, persone che potevano permettersi un lungo e costoso viaggio nell’Egitto dei faraoni.

KV9 – Tomba di Ramesse VI (ph. M. Bogacki – Archiwum CAŚ UW)

Tra le incisioni compare anche il nome di Amr ibn al-As, il comandante arabo che nel 640 d.C. sottrasse l’Egitto all’Impero Bizantino.

Iscrizioni nella KV9 – Tomba di Ramesse VI (Ph. Archiwum CAŚ UW)

Un’ulteriore sorpresa è arrivata da uno studio congiunto condotto tra il 2024 e il 2025, e da pochi giorni pubblicato, da l’École Française d’Études Asiatiques (EFEO) di Parigi e l’Università di Losanna che ha portato all’identificazione di una trentina di iscrizioni in tamil-brahmi, sanscrito e prakrit in sei differenti tombe, prova che anche mercanti e viaggiatori indiani visitarono la Valle dei Re tra il I e il III secolo d.C. Cikai Korran, un mercante indiano, scrisse il suo nome in tamil in ben cinque sepolture della Valle!

Una delle iscrizioni in Tamil Brahmi con il nome Cikai Koṟraṉ all’ingresso di una delle tombe della Valle dei Re (ph. Special Arrange)
Iscrizioni nella KV9 – Tomba di Ramesse VI (ph. M. Bogacki – Archiwum CAŚ UW)

E’ così che sulle pareti millenarie di una tomba reale si intrecciano stupore, vanità, delusione e memoria. Una sorta di un’antica bacheca di pietra che dimostra come, in fondo, il desiderio di raccontare un viaggio e lasciare traccia del proprio passaggio sia antico quanto la civiltà stessa. E’ innegabile che queste iscrizioni lasciate nel corso dei secoli siano tanto affascinanti quanto evocative, soprattutto se ci si trova di fronte a firme di personaggi illustri o di viandanti giunti da molto lontano, ma dobbiamo assolutamente evitare di emulare chi ci ha preceduti. Fortunatamente questa pratica oggi è giustamente vietata e condannata: custodire e rispettare un patrimonio così fragile è un dovere. Ammirare le testimonianze del passato significa anche evitare di aggiungerne di nuove, preservando la magnificenza di ciò che il tempo ci ha consegnato.

 

Source: Polish Epigraphical Mission in the Tomb of Ramesses VI (Kv 9); The Indu.

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