La risposta alla celebre domanda tratta dal film Le Crociate di Nolan “Quanto vale Gerusalemme?” “Gerusalemme? Niente… tutto!“ descrive nell’ottica dello sceneggiatore il doppio valore della città: materiale quasi nullo o quantomeno non tanto importante rispetto alla salvezza della sua popolazione dopo la distruzione e le guerre e dall’altro il suo valore enorme simbolico e spirituale per l’umanità. Con un paragone simile potremmo chiederci oggi con le dovute differenze “Quanto vale l’esatta ricostruzione della data dell’eruzione del 79 d.C. per la storia di Pompei e per noi tutti?”. La risposta credo possa essere la stessa del citato film, “Niente … tutto!”.

In termini assoluti e su una visione della storia su larga scala l’indicazione dell’esatto giorno in cui ci fu l’eruzione potrebbe essere di per sé una mera questione accademica se non fosse per l’eccezionalità che questo evento ha significato per le popolazioni colpite, per la storia in generale e per la storia dell’archeologia in particolare.

Dal punto di vista storico l’evento, che accadde nel periodo dell’impero di Tito (79-81 d.C.), ebbe sicuramente un grande eco nelle generazioni successive come evento catastrofico e distruttivo non preventivabile; nessun cittadino romano immaginava che il Vesuvio fosse un vulcano potenzialmente pericoloso, tanto quanto l’evento della odierna eruzione del vulcano in Etiopia risvegliatosi dopo 12000 anni di quiescenza. Eppure proprio l’eccezionalità di tale evento e le sue conseguenze dirette e indirette, tra le quali anche la morte del grande scrittore e ammiraglio della flotta misenate Plinio il Vecchio presso Stabia, portarono lo storico Tacito a chiedere al nipote dell’omonimo zio, Plinio il Giovane, di descrivergli in qualità di testimone oculare, seppur dalla lontano Miseno, gli eventi che seguirono l’eruzione del Vesuvio e la morte dello zio. Plinio il Giovane rispose con due lettere indirizzate a Tacito scritte tra il 105 e il 107 d.C.

Le lettere pliniane non ci sono giunte in versione originale, come accade sempre per le opere dell’antichità classica, ma ci sono arrivate attraverso copie redatte, per lo più, a partire dal XV secolo, delle quali possiamo solo ricostruire per via filologica gli antecedenti. Tutto ciò ha portato con il tempo ad una molteplice lettura della data riportata da Plinio il Giovane in relazione alle diverse tradizioni rilevabili dalle copie giunte sino a noi. Recentemente lo studio pregevole di Pedar Foss (Pliny and the Eruption of Vesuvius, 2022) ha ricostruito la discendenza di uno dei rami di tradizione delle fonti che copiarono e trasmisero le lettere arrivando a dimostrare che la data dell’eruzione scritta da Plinio a Giovane a Tacito sia stata quella del 24 agosto del 79 d.C.

Lo studio dell’archeologo Pedar Foss ha sicuramente avuto il merito di ricostruire l’origine di alcuni errori di trascrizione per uno dei due rami di tradizione scrittoria ma va detto per dovere di cronaca che esiste un altro ramo, da cui derivano anche alcuni dei primi testi a stampa del XV secolo, che riportava una data differente, relativa a un periodo compreso tra le calende di ottobre, novembre o dicembre.
A questo panorama ricostruttivo della tradizione manoscritta sin qui sinteticamente riassunto si va ad aggiungere una lunga querelle che riguarda i dati materiali e soprattutto archeobotanici rinvenuti durante gli scavi delle aree vesuviane che invece mostrano la presenza di una grande varietà di produzioni e coltivazioni in essere o da poco eseguite al momento dell’eruzione del 79 d.C. come ad esempio la vendemmia, il raccolto di stuoie, la presenza di melograni, sorbe, sanza di olive etc.
Va da sé che ognuno di questi singoli elementi è stato preso e interpretato a seconda del credo dello scienziato di turno: per gli ortodossi del 24 agosto ( tra i più recenti Giuseppe Guadagno 24 agosto, Stefano De Caro 24 agosto, Annamaria Ciarallo ed Ernesto De Carolis 24 agosto, Helga Di Giuseppe 24 agosto, Pedar Foss 24 agosto, Gabriel Zuchtriegel et alii 24 agosto) ogni elemento materico non conforme alla data estiva o è stato raccolto e conservato dall’anno prima o è frutto di un cambio climatico rispetto a quello attuale, mentre per i revisionisti o i possibilisti che indicano date diverse da quella tradizionale (tra i più recenti Umberto Pappalardo 24 ottobre o 23 novembre; Antonio Varone 24 agosto prima dal 2018 24 ottobre; Grete Stefani e Michele Borgongino 23 settembre o 24 ottobre, Fabrizio Pesando 24 agosto prima dal 2019 24 ottobre, Massimo Osanna e Antonio Varone 24 ottobre, Eliodoro Savino 23 settembre), il dato materico dovrebbe portare al riconoscimento di un errore da parte di Plinio il Giovane direttamente o quantomeno dei suoi copisti in età medievale.




È dunque impossibile conciliare i vari aspetti attraverso una lettura interdisciplinare che tenga nel debito conto gli aspetti filologici, storici, archeologici, archeobotanici, climatologici, vulcanologici e altro? A questa domanda si è cercato di rispondere attraverso un convegno internazionale sul tema specifico dal titolo POMPEI 79 D.C. questioni di metodo e di narrazione storica, Convegno internazionale intorno alla data dell’eruzione del Vesuvio, tenutosi presso l’Antiquario di Boscoreale tra il 21 e 22 novembre del 2025.
Il convegno ha avuto il merito per lo scrivente, che è stato uno degli organizzatori, di aver messo a confronto le diverse voci portando all’attenzione dei colleghi e del pubblico i dati di diverse esperienze scientifiche sull’argomento. Ne siamo usciti migliori? Non saprei, ma personalmente ho apprezzato di poter dibattere e ascoltare i diversi risultati proposti in un convegno, guardandosi negli occhi e ascoltando quanto ognuno dei relatori e di coloro che sono intervenuti a vario titolo ha avuto la possibilità di dire e dimostrare.
Da un punto di vista metodologico non condivido alcuna forma di preclusione ortodossa che utilizzi dati risultanti da ricerche scientifiche facendoli assurgere a dogma inoppugnabili e non discutibili. Il meritevole lavoro di Pedar Foss ad esempio, che è stato da molti annoverato al pari di una verità assoluta, è in effetti una verità relativa perché comunque lascia aperto il punto di domanda che riguarda la differenza tra quanto tramandato dai manoscritti pliniani e da una parte delle edizioni a stampa, circa il periodo estivo dell’eruzione e il dato materico emergente in più ambiti da più di duecentocinquanta anni di scavi condotti nell’area vesuviana.
Tornare ai periodi della Scuola di Vienna nel XIX secolo e ai dettami di von Schlosser (Schlosser che infatti si era formato come filologo, e si era poi interessato allo studio dell’archeologia, era convinto definì l’importanza fondamentale della filologia nella ricostruzione della storia) vuol dire annullare l’evoluzione dell’archeologia da studio dell’antiquaria a scienza interdisciplinare per ricostruire la storia della terra, dalla terra.
Non appare infatti scientificamente corretto il porsi nei confronti di un dato materico non omologabile alla tradizione filologica, manipolandone la sua presenza, adducendo ad ogni costo spiegazioni improbabili e poco scientifiche. Il rinvenimento ad esempio di specifici campioni archeobotanoci come melograni, sorbe, vinacce, mosto nei doli appena chiusi, stuoie raccolte (tutti elementi dovuti a pratiche tipicamente autunnali) non può essere spiegato semplicemente dicendo che è tutto frutto del raccolto di un anno precedente; non funziona e non è così.


Il secondo errore è ricorrere al dato scientifico solo se però questo ci è utile, come ad esempio con il clima. Anche in questo caso la ricostruzione proposta di un 24 agosto freddo per una variazione climatica si scontra contro il dato scientifico e questa volta anche storico che invece parla di una sostanziale microvariazione termica e comunque al rialzo semmai e non al ribasso. I periodi di freddo in età storica relativi ad eruzioni sono sempre stati registrati infatti dopo le stesse e non immediatamente prima.
Quando poi il dato scientifico come l’analisi condotta dal vulcanologo Rolandi nel 2008 (The 79 AD eruption of Somma: The relationship between the date of the eruption and the Southeast Tephra dispersion, Journal of Volcanology and Geothermal Research · January 2008) confronta le isopache di diffusione dei materiali prodotti dalle eruzioni pliniane nella storia ha una variazione in quella del 79 d.C. per la presenza dei venti stratosferici tipici del periodo invernale, questo non viene preso in considerazione o derubricato.
Il convegno credo abbia dimostrato la correttezza di tutte le ricerche eseguite e la difficoltà ancora oggi a giungere ad una perfetta corrispondenza tra tradizione filologica e dato materico in modo oggettivo e incontrovertibile.
Ma è poi un così grande problema porsi ancora delle domande pur avendo nuovi punti di riflessione come l’analisi filologica condotta da Foss, tenendo conto che anche un orologio rotto segna l’ora esatta due volte al giorno? È ancora nelle corde dell’archeologia come scienza interrogarsi sul dato materico e interfacciarsi con discipline scientifiche diverse per avere un quadro sempre più ampio di quanto accaduto secoli or sono sentendosi libera come scienza di porsi domande? Quanto valgono tutte queste domande e la relativa costruzione di fazioni che tendono all’isolamento e alla divisione in categorie rinunciando al confronto? Quanto è invece importante restare aperti all’ascolto e all’osservazione scientifica? Rispondo alle ultime due domande … “Niente … tutto”.














