Quattro anni dopo la sua scoperta avvenuta a Deir El-Medina, si è giunti alla conclusione che la mummia tatuata trovata priva di testa, avambracci e gambe, appartiene a una donna dell’élite egizia di età compresa tra i 25 e i 34 anni vissuta tra il 1300 e il 1070 a.C. – dunque in pieno periodo ramesside – e che probabilmente ricopriva importanti cariche sacerdotali.

Il busto tatuato della mummia trovata a Deir el Medina (Ph. nature.com)
Evidenze di tatuaggi emerse durante le indagini (Ph. Nature.com)

Il ritrovamento del corpo di questa donna ha suscitato fin da subito grande interesse, in quanto rappresenta l’unica mummia egizia ad avere impressi tatuaggi figurativi. L’antico Egitto non è nuovo al rito di tatuarsi il corpo, ne abbiamo attestazioni a partire dalla VI dinastia (2350-2190 a.C. circa), anche se recenti indagini hanno evidenziato che Ginger, la mummia A di Gebelein (risalente tra il 3351 e il 3017 a.C., periodo classificato come Naqada II) fu il primo uomo tatuato al mondo di cui si abbia testimonianza. Tatuarsi era più una prerogativa femminile, erano le sacerdotesse, le danzatrici e le musiciste a tatuarsi, donne legate in qualche modo al culto della dea Hathor, la dea dell’amore, della gioia e della maternità.

Frammento di una statuetta in faience blu dove sono evidenti tatuaggi sull’addome e sulle cosce (Ph. © UCL Museums & Collections)

Attestazioni della pratica di tatuarsi il corpo si trovano anche su dipinti e statue, come ad esempio nel frammento di questa statuina in faience blu (qui a destra) dove sono ben evidenti figure geometriche delineate da punti in successione sia sull’addome che sulle cosce; o come il tatuaggio che Nefertari[1], quale sacerdotessa della dea dell’amore, ha disegnato sull’avambraccio mentre la dea Hathor l’accompagna lungo il suo periplo nel regno di Osiride rappresentato nella sua dimora per l’eternità, la QV66. Legati al culto di Hathor, i tatuaggi avevano quindi per la maggior parte una valenza religiosa collegata alla sfera della sessualità e quindi della rinascita. I tatuaggi trovati fin ad ora, però, consistevano in semplici linee e punti, in rari casi ci si è trovati di fronte a delle figure stilizzate (vedi la mummia di Amunet, la sacerdotessa di Hathor dell’XI dinastia trovata sempre a Deir el Medina). Non erano mai state trovate raffigurazioni di disegni completi ed elaborati e mai, fino alla scoperta di questa mummia oggetto di studio, ci si era trovati di fronte ad un corpo tatuato in così tante parti.

Il tatuaggio di Nefertari. (ph. dal web * )
L’addome tatuato della sacerdotessa di Hathor Amunet
Dettaglio della mummia tatuata di Deir el Medina (Ph. nature.com)

Braccia, spalle, schiena e collo della donna sono segnate da 30 tatuaggi di animali e simboli apotropaici, molti dei quali invisibili ad occhio nudo ed individuati grazie alle analisi agli infrarossi. Tra gli altri sono raffigurati un toro selvatico, un muflone africano conosciuto anche come capra berbera, fiori di loto sulle anche, mucche sulle braccia, un babbuino sul collo e occhi udjat su spalle, schiena, braccia e collo. Tanti sono gli occhi di Horus presenti sul corpo della donna da indurre la dottoressa Anne Austin, bioarcheologa della Stanford University, ad esclamare «Da qualunque angolo si guardi questa donna, si vedono un paio di occhi divini che ti guardano». La natura e la qualità dei tatuaggi suggerisce che la mummia apparteneva a un membro dell’élite e il gran numero, da considerarsi un simbolo di prestigio, sta ad indicare che la donna ricopriva un importante e significativo ruolo religioso. Anche la qualità delle immagini tatuate ricondurrebbero ad una carriera sacerdotale in forte ascesa, in quanto alcuni disegni appaiono molto più chiari e sbiaditi rispetto ad altri, realizzati quindi in un ampio arco di tempo che potrebbe corrispondere al percorso svolto all’interno dell’élite sacerdotale.

Dettaglio del collo della mummia tatuata di Deir el Medina (Ph. nature.com)
Dettaglio del braccio della mummia tatuata di Deir el Medina (Ph. nature.com)

Secondo la dottoressa Austin i soggetti tatuati confermerebbero il collegamento con i culti hathorici, culto molto praticato nel villaggio e accresciuto a tal punto da richiedere l’edificazione di un tempio dedicato a questa divinità. Infatti Deir el Medina ha restituito i corpi di diverse sacerdotesse di Hathor. La posizione e le dimensioni dei disegni dovevano avere un significato ben preciso connesso al credo religioso della defunta. L’occhio di Horus, ad esempio, aveva un grande valore simbolico, portava potere, salute e prosperità. Le vacche, invece, erano comunemente associate alla dea Hathor, mentre i simboli presenti sulla gola e sulle braccia dovevano evocare il potere magico della dea mentre la donna cantava o suonava durante i rituali in suo onore.

La mummia è attualmente conservata nella tomba TT 291 a Luqsor, una sepoltura molto simile per condizioni climatiche e ambientali a quella in cui nel 2014 fu scoperta da una missione dell’IFAO (Istituto Francese di Archeologia Orientale) guidata da Cédric Gobeil.

In evidenza il tatuaggio con due vacche (ph. Nature.com)

Sicuramente le ricerche non si fermeranno qui: saranno effettuati nuovi studi nel tentativo di scoprire il nome e l’esatta carica della donna e si cercherà si ricavare nuove informazioni sul significato simbolico dei tatuaggi.

 

 

 

(*) Immagine presa dal web di cui ignoriamo l’autore. Siamo a disposizione per regolarizzare i crediti.

[1] la Grande Sposa Reale di Ramesse II

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